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Campagna di Grecia: generali e scelte a confronto

Campagna di grecia (fonte: archivio citterio)

Georgios Lagionis

Sulla guerra greco-italiana del 1940-41, o guerra d’Albania come si è chiamata in Grecia, esistono molti scritti di entrambe le parti in causa. Per la Grecia si tratta di una pagina gloriosa, forse l’unica di tutti gli anni ‘40 segnati non solo dalla guerra e la conseguente – triplice – occupazione bulgara, fascista e nazista, ma anche da una devastante guerra civile cessata solo nel ’49. Oltre alla bibliografia istituzionale, i cinque volumi della Direzione Storica dell’esercito greco, c’è anche una vasta produzione di saggi e memorialistica, ricca anche di titoli italiani come quelli di S. Visconti Prasca e M. Cervi. L’accesso alla bibliografia italiana risulta relativamente facile perché molti greci conoscono l’italiano, mentre lo stesso non si può dire per la controparte.

La guerra di Grecia e soprattutto l’occupazione che ne seguì sembrano due pagine di storia sbiadite come ci spiegano S. Donadio – La memoria debole della guerra: sulla campagna di Grecia del 1940-41 – e L. Bregantin – L’occupazione dimenticata. Gli italiani in Grecia 1941-1943. A distanza di ottant’anni dai fatti e settanta dalla traduzione de La Grecia in Guerra del gen.  A. Papagos (1950), caso più unico che raro di testo tradotto in Italia, si sa pochissimo altro delle fonti greche.

Uno degli aspetti più sorprendenti di quel conflitto è il ribaltamento inaspettato e apparentemente inspiegabile delle sorti di una guerra che agli occhi di tutti, innanzitutto degli stessi greci, avrebbe dovuto avere un solo esito: la vittoria dell’Italia. I retroscena che portarono a questo risultato restano però sfuggenti. Sembrerebbe che quel velo, che i vertici di allora non vollero sollevare per sapere quel che realmente accadeva in Grecia, stia ancora lì, impedendo anche a posteriori un approfondimento esaustivo sulla questione.

Un recente libro, La Grecia moderna. Una storia che inizia nel 1821 dei due studiosi greci  Th. Veremis, I. Koliopulos, tradotto sia in italiano che in greco dall’inglese, dedica un solo paragrafo di poco più di una pagina alle vicende belliche di quel conflitto. In questo breve cenno l’unico nome menzionato è Ch. Katsimitros, comandante dell’8a divisione di fanteria. Perché quel nome è così importante?

Il gen. Katsimitros davanti alla superiorità dell’esercito italiano, secondo gli ordini, avrebbe dovuto ripiegare su posizioni molto più arretrate per poter opporre una solida resistenza. Ma non lo fece e rimase a Kalibaki riuscendo a fermare l’avanzata italiana. Ciò che accadde, citando testualmente Veremis, non fu “semplicemente un atto coraggioso ma la scelta più saggia in quel frangente”. E per attuarla Katsimitros lottò per convincere i suoi superiori.

Senza entrare nel dettaglio dei piani di difesa – descritti nella relazione ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito Ellenico redatto dal gen. Katheniotis – troviamo una descrizione di questi primi giorni del conflitto in un libro di lingua francese Le Feu et la Hache, Grèce, ‘46-‘49 : Histoire des guerres de l’après-guerre, Paris (1973) di Evanghelos Averoff-Tossizza. Citando Averoff – semplificato in Averof – : a Kalibaki “la resistenza” a oltranza, “fu agevolata dalle piogge torrenziali […], ma l’attacco aveva grande superiorità in potenza di fuoco, disponeva di carri armati, che facevano grande impressione, ed era irruente”; tuttavia l’8a div. Epiro del gen. Katsimitros non cedette.

Kleisoura Passo

Lo spirito che si stava delineando in quegli istanti nello schieramento greco è reso molto chiaramente nell’ordine del 30 ottobre 1940 che emanava lo stesso Katsimitros. Non solo: le argomentazioni che usò per incitare i suoi uomini alla resistenza, a distanza di soli due giorni dall’aggressione italiana, possono spiegare anche a noi oggi i motivi della sua scelta. Il testo che segue è una parte dell’ordine che traduciamo cercando di rispettarne lo stile enfatico e marziale:

[…] La lotta si svolgerà con tenacia e insistenza instancabile. Difesa sulle nostre posizioni a oltranza. L’idea di una ritirata non deve proprio esistere. […]

Tutti quanti, dal generale comandante della divisione fino all’ultimo soldato, combatteremo sulle nostre posizioni. E se necessario cadremo tutti difendendo le nostre posizioni.

Abbiamo già la nostra posizione organizzata con tante trincee e rifugi per la protezione dai bombardamenti.

Abbiamo la nostra artiglieria integra e che ha completamente sotto tiro tutto il terreno da dove passerà il nemico.

Abbiamo frequenza di fuoco sia di cannoni che dell’artiglieria anticarro.

Abbiamo potenti ostacoli difensivi e fitto filo spinato intorno alle postazioni.

Ma soprattutto abbiamo deciso di combattere con coraggio, fiducia in noi stessi e determinazione contro un nemico che detiene solamente ingombro di materiali e di uomini.

La sua aviazione che è predominante non ha fatto niente è non può fare niente, perché le nostre postazioni sono coperte dal bosco; due suoi aerei inoltre sono stati abbattuti dalla nostra contraerea.

I [suoi] carri armati non possono che muoversi in una sola strada sottoposta al nostro tiro dell’artiglieria, dei cannoni pesanti e di quelli anticarro, [strada] che abbiamo minato in tutti i punti opportuni.

Quindi dobbiamo combattere con la sua fanteria alla pari, con superiorità però di forza d’animo e determinazione. […]

È vicino il  giorno in cui il nemico, codardo e vigliacco, verrà gettato in mare. […]

 

Il momento era cruciale, lasciare la località di Kalibaki in mano al nemico e cedere una vasta porzione di territorio, come si evince dalle fonti greche, avrebbe avuto due ripercussioni significative: la prima riguardava la mobilitazione appena iniziata e cioè la rinuncia a un bacino di motivatissime reclute già vicine al fronte. La seconda era di prestigio; se tatticamente sembrava corretto ritirarsi subito, agli occhi dell’opinione pubblica sarebbe apparso come preludio della sconfitta con pesanti conseguenze sulle truppe in fase di organizzazione.

Dietro la retorica di un appello di incitamento alla truppa, il comandante dell’8a div. spiega in trasparenza le motivazioni della sua decisione. La posizione era già studiata e preparata con le artiglierie disposte per una difesa di precisione. Le barriere difensive erano opportunamente collocate e l’unica strada percorribile dai mezzi nemici era stata minata. La conformazione orografica e il maltempo, elementi sempre tenuti in considerazione dai generali sul campo, diedero il loro contributo al successo neutralizzando di fatto la superiorità di mezzi di cui l’avversario disponeva.

alpino mulo nel fango della grecia

Contemporaneamente, spiega ancora Averof, sull’altro settore cruciale del fronte, il Pindo, dove “Gli alpini della Julia […] ottennero un avanzamento spettacolare”, le cose non andarono diversamente. Come confessò Visconti Prasca, in un incontro avuto a Roma nel 1947, al gen. Machas – capo di Stato Maggiore del 2° Corpo d’Armata ellenico – gli Alpini della div. Julia sapevano di trovarsi di fronte a due soli battaglioni greci, ma furono respinti da queste poche riserve supportate anche da civili: “Si trattava di reparti leggeri che disponevano”, tra le altre cose, di molte armi automatiche e “di molta aggressività e ottima mobilità: con i loro carichi in spalla, le donne e gli uomini non arruolati dei villaggi dell’intera zona rifornivano i reparti fino alle postazioni più remote e irraggiungibili”.

Gli alpini, già esausti, furono costretti alla ritirata e rimanendo isolati subirono pesanti perdite. Visconti Prasca per fronteggiare il ribaltamento della situazione, secondo Averof, “durante quelle ore cruciali concepì un piano veramente brillante”. I reparti che si trovavano sulla costa dovevano voltarsi verso est e passando alle spalle di tutto il sistema difensivo greco farlo collassare. “Questa manovra avrebbe creato allo stato maggiore ellenico una situazione imprevedibile e grave” ma Prasca non poté attuarla perché fu frettolosamente sostituito dal suo superiore Ubaldo Soddu.

In questo modo, conclude Averof, “La guerra italo-greca era stata segnata” e “la forza motrice di ogni attività umana, il morale, svaniva nel primo schieramento e si rafforzava immensamente nell’altro”.

Il sorprendente rovesciamento di queste due battaglie, la resistenza a Kalibaki e la battaglia del Pindo, segnarono le sorti della guerra da quel momento in poi. E individuano i punti di forza che permisero alle truppe greche di ottenere questo risultato. Il controllo del territorio, l’agile mobilità, la partecipazione attiva della popolazione, il sapiente utilizzo dei pochi mezzi e, non ultimo, la convinzione della giusta causa e il morale sollevato dal successo portarono all’imprevedibile.

Letture consigliate:

S. Donadio, La memoria debole della guerra: sulla campagna di Grecia del 1940-41, LEG, Gorizia, 2019

L. Bregantin, L’occupazione dimenticata. Gli italiani in Grecia 1941-1943, tesi di dottorato, Università Ca’ Foscari, Venezia, 2010

A. Papagos, La Grecia in Guerra, Garzanti, Milano, 1950

Th. Veremis, I. Koliopulos, La Grecia moderna. Una storia che inizia nel 1821Argo, Lecce, 2014

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