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Intervista ad uno storico al di sopra di ogni sospetto – dialogo con Francesco Guerra

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Conosco personalmente Francesco Guerra. Ci siamo conosciuti qualche anno fa, su Facebook; e abbiamo condiviso scambi di idee su un tema a noi caro: la storia della mafia. Sembrerà strano dirlo al lettore che si accinge a leggere quest’intervista, ma Francesco non è uno di quegli studiosi che si fossilizza sui propri argomenti o si muove nel proprio cantuccio ma è, anzi, una personalità curiosa e poliedrica che non ha timore ad affacciarsi a temi lontani dalla sua formazione, dai suoi studi e dall’unilateralità delle discipline. Lo dimostra il suo percorso formativo che, in barba agli “standard” di settore, ha saputo destreggiarsi tra storia e filosofia; tra Pisa, Dresda, Berlino e Goiana – dove in questo momento svolge ricerca e insegna – e tra diversi lavori, ognuno diverso dall’altro (ha fatto persino l’assicuratore!). Alla fine, tra mille progetti che gli sono mostrati davanti nel corso della sua vita, ha scelto la ricerca: e ciò è abbastanza emblematico della sua personalità, che ha bisogno di elementi “totalizzanti” che lo coinvolgano per far sì che viaggi su una linea retta dalla passione. Mi è sembrato perciò doveroso, e allo stesso tempo curioso, intervistarlo. Mi incuriosiva il passaggio dalla filosofia alla storia per mezzo dello storicismo tedesco, essendo memore di un curioso antecedente: quello di Delio Cantimori. Sgombriamo il campo da eventuali fraintendimenti: non mi sogno minimamente di paragonare Francesco all’immenso storico romagnolo – e se lo facessi sentirei già nelle orecchie un fischio che mi dice: “Oh bimbo! Che dici?” – ma le commistioni disciplinari, gli approdi personali ad una disciplina totale come la storia – nel senso che non c’è limite a ciò che può essere definito tale – sono, da sempre, oggetto del mio interesse. Troverete un’intervista densa, piena di spunti che soddisfa a pieno le mie aspettative. Perciò vi lascio alle sue parole (e alle mie domande) sperando che la lunghezza non tradisca l’interesse.   

 


 

Vorrei iniziare quest’intervista partendo dalla tua terra d’origine. Nonostante i viaggi, che ti hanno portato da Pisa alla Germania e infine in un altro continente, mi sembra che mantieni un particolare affetto per la tua terra d’origine. Non tanto per il notorio “mondo” accademico pisano quanto piuttosto per la parte più “viva” della tua terra: il popolo. Mi sbaglio? Come definiresti la tua gente? Quali sono questi “tratti tipicamente toscani” di cui parlavo precedentemente? In altre parole: qual è l’anima della tua terra? E soprattutto, mantieni una tua particolare identità pisana? Se si, quali tratti la caratterizzerebbero?

 

Sì, per la mia terra di origine mantengo un particolare affetto, hai ragione, anche se non mi sento particolarmente legato alla mia terra. Sai, è difficile parlare dei toscani a tutto tondo, perché ogni parte della mia regione mantiene delle peculiarità, che, proprio perché tali, sono inassimilabili a quelle degli altri toscani. I toscani delle mie parti, diciamo quelli ricompresi tra Pisa e Livorno, mi piacciono, perché hanno un innato anarchismo, una insofferenza a loro connaturata, che si sposa alla perfezione col tipico tratto campanilistico della mia regione. In Toscana, e qui si può parlare in termini generali, ogni persona fa storia a sé, anche all’interno di una stessa famiglia. Un anarchismo, che si unisce anche ad una ironia, spesso irriverente verso il potente di turno o anche verso la religione. Sono questi elementi che fanno dei “miei” toscani, quelli nei quali mi riconosco, diciamo così, degli individui liberi, talvolta anche malinconicamente solitari, sebbene spesso siano circondati da molte amicizie, e al tempo stesso soggetti capaci di vivere con una leggerezza, che, pensando ad alcuni amici, definirei ‘gentile’. Per quanto riguarda gli aspetti negativi, metterei in evidenza una certa ipocrisia provinciale, talvolta, nelle relazioni umane e specie a Pisa – elemento questo che mi ha sempre spinto lontano dalla mia città – e anche un certo opportunismo, da intendersi in senso lato, che pure caratterizza la mia gente. Sulla mia identità pisana, caro Enrico, non so cosa risponderti. Pisa è la città in cui ho studiato con grande passione e nella biblioteca della Scuola Normale, la migliore e più bella biblioteca d’Europa, ho scritto i lavori a cui sono più affezionato, però non ti posso nascondere che mi porto dentro una profonda idiosincrasia nei confronti della mia città. Anche per questo, credo, alla fine me ne sono sempre andato. Pisa è una città fantastica dove studiare, ma non la metterei tra le città in cui desidererei vivere. È una città che dorme, sotto ogni punto di vista. E poi, sono figlio di un comandante della marina mercantile, che nella vita, anche una volta che era sbarcato a terra, non ha fatto altro che viaggiare, penso che il mio “nomadismo accademico” dipenda in massima parte da questo. Non ho un problema di radici o di case ideali nelle quali tornare, dopo un po’ di tempo che vivo in un posto quella diventa la mia casa e mi sento a casa. Anche adesso a Goiânia sta accadendo questo. Debbo confessarti che questo sentirmi a casa in ogni luogo, mi permette di vivere con grande tranquillità. Per concludere, rispondendo alla tua domanda, non sento di avere una identità pisana, ma una identità che è la sintesi di tutti i luoghi in cui ho vissuto.

 

Francesco Guerra

 

Hai una formazione filosofica. Una laurea in filosofia e un dottorato in filosofia. Potresti spiegarci com’è avvenuto il passaggio alla disciplina storica? In altre parole, cosa ti ha spinto verso la storia?

 

Bè, questa è una domanda piuttosto complessa a cui dare risposta. La storia è sempre stata una delle mie grandi passioni, mentre il mio amore per la filosofia è nato dalle lezioni di alcuni grandi professori che ho avuto la fortuna di avere tra il liceo (classico) e l’università, in particolare Fabio Bentivoglio, Alfonso Maurizio Iacono, Silvia Caianiello, Fulvio Tessitore e Luciano Zagari. Questi cinque professori, a cui vorrei aggiungere anche Enzo Cervelli, sebbene lo abbia conosciuto solo dai suoi scritti, sono stati per me degli autentici maestri, soprattutto Fulvio Tessitore, di cui conservo gelosamente a casa ogni lezione dei suoi seminari napoletani. Filosofia e storia nella mia formazione sono state sempre complementari, non è un caso che, iscrittomi a Filosofia, il primo esame che sostenni fu Storia moderna con Adriano Prosperi. Esame splendido con un professore di una cultura ed eleganza che non ho mai dimenticato. Prosperi riusciva ad insegnarti anche mentre ti faceva una domanda, una cosa veramente incredibile. Pertanto, ho sempre occhieggiato alla storia, anche quando più era forte il mio legame con la filosofia. Tuttavia, se dovessi individuare uno specifico momento nel quale mi sono avviato sul terreno della storia con maggiore decisione, direi dopo il mio Erasmus a Dresda. Era l’estate del 2002, quando, grazie al consiglio di Iacono, cominciai a interessarmi alla teoria della storia presente nelle opere e nelle lezioni di Droysen. Il motivo di questa sterzata verso quello che, con accezione tessitoriana, potremmo definire lo “storicismo degli storici”, fu una certa insoddisfazione che cominciavo ad avvertire verso la filosofia della storia hegeliana. Sebbene io ritenga ancora oggi che Hegel sia stato il più grande filosofo dell’Occidente, ciononostante trovo “claustrofobica” la sua logicizzazione della storia e, per converso, la sua chiusura alla storia intesa come disciplina filologica ed ermeneutica, che è poi la grande tradizione storiografica che va dalla Scuola storica di Gottinga a Wilhelm von Humboldt, passando per Barthold Georg Niebuhr. Senza dimenticare Ranke, ovviamente, che Droysen a lezione sprezzantemente definiva “grande storico e piccolo uomo”. Nonostante tutto ciò che se ne possa pensare, soprattutto alla luce degli sviluppi novecenteschi della storia tedesca, la cosiddetta “Scuola storica borussica” dei Droysen, dei Sybel, dei Treitschke e pure di Meinecke incarna la migliore tradizione storiografica tedesca. Diciamo quindi che l’insoddisfazione verso la filosofia della storia hegeliana mi ha spinto a ricercare una alternativa nella teoria e metodologia della storia di Droysen. La filosofia mi ha dato le coordinate per leggere la realtà, ma a un certo punto avevo bisogno di riempire questa griglia di eventi, di storia, appunto, e, più di tutto, di connessioni tra eventi. Sotto questo punto di vista sento di non essere storico tout court, ossia penso che spesso non siano tanto i materiali – i cosiddetti ‘fatti’ su cui Droysen a lezione amava ironizzare contro gli “storici di professione” del suo tempo – ad essere carenti, ma ciò che manca, spesso, sono le connessioni tra quei fatti disponibili al presente in varie forme (reperti, testimonianze, etc.). Non è un caso, d’altronde, che Wilhelm von Humboldt si soffermi sul tema della ‘connessione’ tra gli eventi storici in pagine decisive della sua Aufgabe.

 

Hai studiato lo storicismo tedesco, i tuoi studi più recenti s’incentrano prevalentemente su Droysen. Come e perché nasce questo interesse?

 

Ho in parte risposto a questa domanda nella precedente. Volendo usare un’immagine icastica, si può dire che laddove “finisce” la grande filosofia della storia, quella hegeliana, comincia lo storicismo tedesco. In realtà lo storicismo tedesco comincia da prima, ma è vero che alla morte di Hegel si assistette a un profondo cambio di rotta, che permise allo “storicismo degli storici” di imporsi sulla scena culturale e politica tedesca, soprattutto su quella berlinese. Il mio interesse per Droysen nasce dalla profonda particolarità di questo personaggio, non solo sotto il punto di vista storiografico, che negli anni è stato sempre quello più dragato, ma anche sotto quello politico e religioso. La cosa veramente affascinante di Droysen è che in lui convivono l’elemento storiografico, quello politico e quello religioso, la sua profonda fede luterana, che è tratto assai caratteristico della grande storiografia tedesca di questo periodo. Sotto il profilo storiografico si può dire che Droysen sia stato profondamente innovatore; la sua teoria del “comprendere indagando”, secondo la geniale traduzione che ne dette Delio Cantimori, si rivela ancora oggi decisiva per chi voglia dedicarsi allo studio della teoria della storia. A me, tuttavia, da diversi anni ormai, interessa il lato politico del pensiero droyseniano, quel particolare impasto di liberalismo e conservatorismo che lo caratterizza, non senza asprezze e incoerenze, soprattutto a partire fallimento della Nationalversammlung di Francoforte. Mi interessa, perché noi oggi viviamo ossessionati dalle differenze, mentre quando ci confrontiamo con un pensatore come Droysen siamo chiamati a fare uno sforzo per integrare e non per differenziare i concetti, in questo caso, politici. Per esempio, vi è uno scritto di Droysen del 1864, dal titolo Zur Charakteristik der europäischen Krisis, che ho recentemente tradotto e curato per la ETS di Pisa e che dovrebbe essere pubblicato a breve (J.G. Droysen, Prodromi d’Europa. Prussianesimo e critica della moderna Weltanschauung, in Id., Due scritti politici, a cura di F. Guerra, postfazione di F. Tessitore, Edizioni ETS, Pisa 2016), nel quale Droysen fa una dettagliatissima critica al nascente capitalismo sul suolo tedesco basata sugli aspetti di atomizzazione sociale, che egli vede diffondersi, e sul radicale peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice. Sembra di leggere Marx e invece è Droysen, il quale parla da una prospettiva non solo antisocialista, ma direi ferocemente antidemocratica e, in questo caso, conservatrice. La sua era una profonda critica rivolta alla Weltanschauung moderna che egli vedeva diffondersi nella società tedesca della propria epoca e lui la visse come una inevitabile tragedia. Inevitabile, perché sapeva che la storia è “condannata” a ciò che proprio lui definì lo “immer vorwärts”, il costante in avanti, lo stratificarsi, non necessariamente progressivo, dei tempi della storia, mentre il lato tragico lo rintracciava nell’abbandono di quelle che riteneva essere le profonde radici del popolo tedesco, ciò che ne costituiva l’anima: le sue tradizioni. A me è questo Droysen politico che interessa, ossia il rappresentante di una linea di pensiero, di cui oggi si è perso completamente il significato, che vedeva nel liberalismo e nel conservatorismo due concetti politici perfettamente integrantisi, il tutto mantenendo sempre sullo sfondo la religione luterana, vero convitato di pietra di ogni assunto politico e storiografico droyseniano. Ricordo che durante i suoi seminari al Croce, Fulvio Tessitore, in riferimento ai grandi storici tedeschi del XIX secolo, ci invitava a non dimenticare mai che prima di tutto questi storici erano dei ferventi luterani. Accanto a quanto detto sinora, nel mio libro recentemente uscito per il Mulino (“Conjunge et imperabis”. Einheit e Freiheit nel pensiero politico di Johann Gustav Droysen, Società Editrice Il Mulino, Napoli 2016) ho cercato di portare alla luce le discrepanze interne al pensiero politico droyseniano, soprattutto in riferimento alla Prussia (e poi alla Germania) da intendersi come Friedenstaat, sebbene storicamente sia più collimante con l’idea di un Machtstaat classicamente inteso, e non da ultimo in riferimento al suo complesso rapporto con la figura di Bismarck, inizialmente detestato in quanto esponente di punta degli Junker ultraconservatori, successivamente celebrato, fondamentalmente per i successi riportati in politica estera e tuttavia solo negli scambi epistolari, ma comunque mai amato.

 

Johann Gustav Droysen

Sei cresciuto all’Università di Pisa e all’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli. L’ambiente in cui hai studiato, notorio per avere avuto dei grandi studiosi dello storicismo tedesco (impossibile non parlare di Delio Cantimori), ha influenzato le tue scelte di studio?

 

Le ha influenzate, eccome, se le ha influenzate. Uno dei miei primi maestri, Maurizio Iacono, è stato allievo di Arnaldo Momigliano, illustrissimo studioso di Droysen, così come a Napoli la collaborazione e la stima reciproca che mi hanno legato a Fulvio Tessitore sono state a dir poco decisive nelle mie scelte di studio. Detto questo, debbo anche riconoscere che tanto Iacono quanto Tessitore mi hanno sempre lasciato del tutto libero di direzionare le mie opzioni di ricerca come meglio credevo. E così ho fatto. All’inizio delle mie ricerche su Droysen politico furono in molti, del tutto in buona fede e con sincero affetto anche, a sconsigliarmi questo tipo di ricerca, per la quale, a loro dire, mancavano le fondamenta. Ma non era così e credo di averlo dimostrato con il mio “Conjunge et imperabis”.

 

Fu proprio Cantimori ad essere affascinato dalla concezione di storia che sia Droysen sia Burckhardt, due storici apparentemente antitetici, postularono: ovvero la storia come “consapevolezza”. Adesso, in un mondo che è sommerso da storie di cui non si sanno, molto spesso, interpretare i significati e in cui la Storia non è percepita come una disciplina da “studiare” ma da “leggere”, secondo te questa idea è ancora valida? Potremmo ripartire da qui?

 

Dici bene, due storici apparentemente antitetici. Lo furono, antitetici, soprattutto dal punto di vista politico, rispetto al quale, con buona pace di Droysen, sposo la lungimiranza burckhardtiana. Detto questo, non dimentichiamoci che Burckhardt a Berlino fu allievo proprio di Droysen. Il dato fondamentale di oggi è la stretta interdipendenza tra storia e fiction, al punto che la storia sembrerebbe farsi sempre più fiction. Questo mi sembra che sia un portato degli enormi mezzi tecnologici a disposizione in base ai quali, volendo, si può costruire un falso storico a tavolino e spacciarlo per verità storica. Pensa, solo per fare un esempio, al discorso legato alle cosiddette fake news. Maurizio Iacono ha lavorato molto su questi aspetti, diciamo così, di “finzionalità” della storia, scrivendo pagine fondamentali. Dal mio punto di vista posso dirti che lo sviluppo tecnologico non solo ha accorciato le distanze, ma pure moltiplicato le storie, che, però, in molti casi non sono verificabili. Pensa, volendo sconfinare un po’ in un mio nuovo filone di ricerca di cui tu sei esperto, alla famosa vicenda riguardante la presunta trattativa Stato-mafia. Determinati esponenti del mondo della magistratura e giornalisti sono riusciti a creare un tale bombardamento mediatico, che si è venuta a creare una sorta di “crosta storiografica” in virtù della quale coloro che si avvicinano a questo complesso argomento sono istintivamente portati a pensare che questa costrutto giuridico-storiografico corrisponda alla verità, ossia che realmente vi sia stata una trattativa tra lo Stato e la mafia nei primi anni Novanta in Italia. Pertanto, il rischio più grande credo sia non tanto legato al venire meno di una qualche consapevolezza davanti alla Storia, quanto dal formarsi di una consapevolezza del tutto errata, basata su fatti che non sono fatti, ma opinioni non validate da riscontri empirici. Si tratta di un aspetto dei nostri tempi preoccupante e che potrebbe avere risvolti nefasti nel breve come nel lungo periodo.

 

L’edizione Sansoni del Grundriss di Droysen

 

Nel tuo ultimo lavoro hai individuato un Droysen “politico”. Potresti spiegare meglio cosa intendi con quest’accezione?

 

La storia della ricezione di Droysen, tanto in ambito tedesco quanto in quello italiano, è piuttosto curiosa. Anche per questo ho deciso di scrivere un piccolo libro dedicato alla ricezione della teoria della storia in ambito italiano, che sarà pubblicato (in italiano con introduzione in portoghese e in formato ebook) penso nel prossimo mese dalla casa editrice della mia università brasiliana (Droysen in Italia: sulla ricezione della teoria della storia, introduzione di Arthur Alfaix Assis, Editora UFG, Goiânia 2017). La curiosità nasce dal fatto che Droysen in vita fu considerato soprattutto per i suoi lavori su Alessandro il Grande e la Storia dell’Ellenismo, da un lato, mentre dall’altro per la sua monumentale opera sulla storia della politica prussiana, la Geschichte der preussischen Politik, appunto, che scrisse nell’arco di trenta anni (1855/1884 anno della sua morte. L’ultimo volume fu pubblicato postumo dal figlio Gustav nel 1886) e anche per la sua biografia del feldmaresciallo York von Wartenburg. Questo perché all’epoca lo studio della teoria e metodologia della storia – come si legge in Meinecke, che di Droysen seguì l’ultimo corso berlinese – era considerato una attività da disoccupati. Detto questo, Droysen tra il 1857, anno del suo primo corso sulla Historik, e il semestre invernale 1882/1883, quello seguito dal giovane Meinecke, tenne le sue lezioni sulla teoria della storia per ben venticinque volte, avendo allievi come Friedrich Meinecke, appunto, Otto Hintze e Jakob Burckhardt, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Spesso, poi, le lezioni, in veste di seminari privati, continuavano a casa di Droysen davanti ad una tazza di tè. Perdona la divagazione, ma ho sempre invidiato taluni aspetti didattici della accademia tedesca di quella epoca. Si può quindi dire che, in vita, Droysen fu considerato come geniale teorico della storia fondamentalmente dai propri allievi, che, non a caso, successivamente (in particolare Meinecke e Hintze) non mancarono di riconoscere la miniera di informazioni, che erano contenute nel piccolo Sommario che il vecchio Droysen distribuiva a lezione. Sembrava parlasse da un punto di vista più alto, scrive Meinecke, lui che si era formato nell’epoca aurea della cultura tedesca, quella dei Goethe, degli Schiller, a cui non poteva che seguire – ciò di cui Meinecke nelle sue opere offrì una perspicua testimonianza – un’epoca argentea. Queste parole di Meinecke mi hanno sempre colpito e fatto riflettere. Il lato curioso della ricezione di Droysen, a cui poc’anzi mi sono riferito, consiste nel fatto che dopo la sua morte fu riconosciuto soprattutto come l’originalissimo autore del piccolo Sommario di Istorica. Il fatto che questo lato della produzione droyseniana non avesse il medesimo peso di quella relativa all’Ellenismo o alla storia della politica prussiana, lo si può cogliere dal fatto che il Grundriss (Sommario) fu l’unica cosa che egli pubblicò in vita, pubblicazione, fra le altre cose, ad uso e consumo dei pochi partecipanti alle sue lezioni sulla Historik. Ovviamente allievi avvertiti, quali furono Meinecke e Hintze, avevano perfettamente colto l’intrinseco valore di quelle lezioni come pure quello del Sommario. Lezioni, alle quali, sebbene pubblicate soltanto molto tempo dopo la morte di Droysen, fu giustamente riconosciuto il posto che meritavano nel Pantheon della storia della storiografia tedesca. Dopotutto, proprio come diceva Droysen, “ogni storico ha la sua istorica non scritta”. Nel suo caso, pur se solo il Sommario, in parte era scritta. Questa vasta ricezione della sua teoria della storia ha avuto come corollario il fatto di mettere la sordina al lato politico del pensiero di Droysen, che, sebbene sia sparso in vari lavori, dagli Scritti politici (Politische Schriften) alla Storia della politica prussiana (Geschichte der preussischen Politik) e in parte anche nei lavori dedicati alla storia antica, esiste ed è ben definibile. Partendo dalla sua concezione dell’idea di impero, ho cercato di ricostruire il pensiero politico di Droysen, anche facendo largo uso del suo immenso epistolario (Briefwechsel), che si è rivelato una vera miniera di informazioni fondamentali. Ciò che ne è emerso è stato un pensatore assai complesso politicamente, tutt’altro che lineare e perennemente sospeso tra diverse opzioni di carattere politico. Lo definirei, in ultima istanza, un nazionalliberale con tratti decisamente conservatori, che baluginano di tanto in tanto nelle sue opere, specie negli Scritti politici, convintamente monarchico, e sospeso tra due concetti chiave della storia politica tedesca: il concetto di unità e quello di libertà, da cui, anche, il titolo del mio libro. Sebbene Droysen sapesse perfettamente il valore del concetto di libertà in ambito politico, ciononostante la sua “ossessione” è l’unificazione della Germania attorno alla Prussia, ossia è l’elemento dell’unità, ciò che, da ultimo, lo porta a sacrificare l’elemento della libertà. E non solo. Lo porta anche, spesso, ad avallare l’idea di Machtstaat, di Stato di potenza. Vero che qua e là nelle sue opere emerge il tema del Friedenstaat, dello Stato di pace, ma di fatto si tratta solo di una posizione teorica, che tale rimane. Un discorso, questo del Machtstaat, che inevitabilmente si lega al nome di Bismarck e al suo legame politico, per quanto riguarda la politica estera, col variegato universo dei nazionalliberali, a cui, pur con qualche distinguo, lo stesso Droysen può essere ricondotto. Su questi temi, che ho affrontato nel mio libro, ha scritto pagine prodigiose Wolfgang Hardtwig in un articolo apparso un po’ di anni fa sulla Historische Zeitschrift. Giustamente Hardtwig metteva in relazione le ambiguità connesse all’ideale di unificazione portato avanti da tutta una generazione di ‘storici politici’ (i Professori della Germania li ho definiti nel mio libro) con la successiva storia tedesca secondo gli stilemi bismarckiani. In altre parole, si domandava Hardtwig, che cosa avrebbe impedito a questi storici, tra cui Droysen e più ancora Treitschke, di passare da una visione che invocava la missione unificatrice della Prussia all’interno del territorio tedesco a una visione di “scala globale”, che avrebbe invocato la medesima missione per la Germania nei confronti dell’Europa? Da ultimo – ed è ciò che ho cercato di mettere in luce nel mio lavoro – si ha l’impressione che quello Stato di pace, tante volte richiamato da Droysen con riferimento alla Prussia, prima, e al Reich tedesco dopo, più che essere un principio di equilibrio all’interno degli instabili rapporti di forza europei, coincida piuttosto con una sorta di pax prussiana e tedesca imposta manu militari al continente europeo. Sotto questo profilo non sarà un caso che Droysen nelle sue lettere criticherà aspramente Bismarck in riferimento alle “morbide” condizioni di pace concesse all’Austria dopo la battaglia di Königgrätz.

 

Il nuovo saggio di Francesco Guerra

 

Che ruolo hanno, secondo te, la storia e gli intellettuali oggi?

 

Questa è una domanda davvero complicata e anche un poco spigolosa. Sono tempi confusi e in quanto tali, forse, il ruolo più adatto alla storia e agli intellettuali può essere quello della demistificazione e dei demistificatori. La sfida al senso comune, a ciò che appare in un certo modo, ma in realtà è in un altro, il passare, per dirla con le parole di Paul Klee, dal ‘visibile’ al ‘rendere visibile’, ecco quale può essere il ruolo degli studi storici e degli intellettuali oggi. Un ruolo, che, tuttavia, per essere assunto richiede la massima onestà intellettuale in sede scientifica, aspetto, quest’ultimo, che spesso vedo latitare in tanti intellettuali italiani, spesso affetti da un narcisismo che se non è patologico poco ci manca. Demistificazione come sfida a quel buonsenso inteso, alla Hegel, come il ricettacolo di tutte le peggiori idee di un dato periodo storico, da un lato, e dall’altro una profonda e irrinunciabile onestà intellettuale, quanto, ovviamente, dovrebbe comportare la capacità di assumere su di sé l’errore in riferimento a talune posizioni di carattere scientifico e una conseguente revisione dei propri assunti di partenza. Ancora, una demistificazione che potrebbe avvalersi di quel fondamentale concetto droyseniano del “comprendere indagando” al fine di sviluppare quanto più sapere possibile intorno a un dato oggetto di ricerca e al tempo stesso raggiungere una verità che, per quanto non definitiva, parimenti potrà rappresentare la verità o lo schema di verità più plausibile in quel dato tempo e in quel dato spazio alla luce delle ricerche svolte. Insomma, si tratta di ricongiungere la storia come studio dei fatti con il suo insopprimibile lato epistemologico, euristico anche. Occorrono, pertanto, sguardi da vicino, sui singoli eventi storici, ma, al tempo stesso, anche sguardi da lontano per scoprire ciò che, con divisa storicistica, potrebbero definirsi le tendenze di una data epoca storica. Pertanto, il compito della storia oggi penso sia quello di demistificare, di ricercare, avvalendosi di robusti ausili in ambito scientifico, al fine di comprendere eventi e personaggi indagati, sempre tenendo in considerazione il fatto che ogni interpretazione ha un valore provvisorio, qualora emergessero nuovi elementi o nuove connessioni tra elementi già noti. Alla luce di quanto appena sostenuto, vedo una possibile saldatura teorica tra un serio, onesto e filologico giornalismo di inchiesta, che non necessariamente richiede il tesserino quanto, piuttosto, serio studio e dedizione, e gli studi storici. Si tratta di un discorso che mi sta molto a cuore e non è un caso che recentemente abbia dato vita a un gruppo di ricerca sulle mafie tra le Americhe e l’Europa (di cui fra l’altro anche tu fai parte), invitando a partecipare molti giornalisti di inchiesta e blogger; studiosi seri e rigorosi, le cui ricerche, articoli e saggi considero di estremo valore. Un progetto di ricerca, questo sulle mafie, che, come mi ha fatto giustamente notare il mio amico Arthur Assis, nasce nel solco di Droysen, avendo egli, spesse volte, affrontato nei suoi scritti – penso soprattutto alle lezioni sulle guerre di liberazione (Vorlesungen über die Freiheitskriege), a taluni saggi politici o alle sue riflessioni sul fallimento della Nationalversammlung di Francoforte – questioni storiografiche a lui temporalmente assai vicine. Insomma, come vedi, quel piccolo Droysen, che nelle sue lezioni sembrava parlare da una prospettiva più alta – l’epoca aurea della cultura tedesca – continua a segnare il mio cammino di storico. Anzi, detto con molta autoironia, ad illuminare il mio cammino di storico.