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La società (e sociabilità) dei balconi

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Caterina Mongardini, Venezia –

Il balcone è un oggetto architettonico che si trova sulla facciata di un edificio: può sporgere o meno, può essere munito di ringhiere in ferro o in parapetti in muratura, essere lungo fino a comprendere una o più finestre, oppure essere piccolo e con un affaccio solo. La storia del balcone risale all’epoca dei fasti dell’antico Oriente. Furono infatti i Persiani e gli Egizi ad utilizzarlo a scopo cerimoniale, come luogo dal quale i regnanti o i sacerdoti potevano essere visti facilmente. Questo è stato l’utilizzo certamente più comune e abusato, fino ai giorni nostri. Nel tempo i balconi, però, assunsero nuove funzioni e dalle funzioni derivarono anche nuovi usi.

La prima funzione che decreta tutt’ora una netta differenza tra un tipo di balcone “aperto” e un altro tipo “chiuso” è di tipo climatico: nei paesi mediterranei e temperati i balconi assolvono una funzione di aerazione degli interni e quindi sono “aperti”; viceversa nei paesi troppo freddi o troppo caldi i balconi di solito sono coperti – con vetrate, pannelli a foratura molto fitta, ecc… – in modo tale che impediscano al caldo o al freddo di entrare, ma allo stesso tempo permettano a chi è all’interno di poter godere della vista sull’esterno.

In quest’ultimo caso, non si tratta più di un “affaccio” ma di una “vista” su ciò che è al di fuori e questa differenza non è secondaria. Il verbo affacciare, infatti, ha un significato particolarmente ricco: il più immediato è quello di esporre ad una finestra qualcuno o qualcosa; a seguire, in senso figurato, vuol dire presentare e/o avanzare un’idea, un dubbio; più desueto è il significato di mettere (mettersi) faccia a faccia, affrontare qualcuno o qualcosa, trovarsi di fronte a qualcuno o qualcosa.

Benché desueto nell’uso, quest’ultimo è quello che meglio delinea la natura del balcone: esso è un affaccio sull’esterno che consente di entrare in contatto con ciò che c’è fuori rimanendo però in casa propria; inoltre, a proposito del “trovarsi di fronte a”, non a caso, soprattutto in città se si ha un balcone si ha anche un “dirimpettaio”, ossia il vicino che sta dal lato opposto al nostro.

 

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Un balcone “alla rovescia”

 

La posizione liminale del balcone lo rende un luogo particolarmente sensibile per la socialità, sia perché attraverso di esso si è a contatto con l’esterno (e viceversa), sia perché è particolarmente adatto ad un uso politico, come noi italiani dovremmo ben sapere. La sindrome da balcone che si pretende sia una sorta di ammirazione da parte degli italiani di un oratore che si affacci, appunto, da un balcone, ce la siamo cucita addosso come retaggio di un periodo nero della nostra storia, ma siamo sicuri che ci rappresenti appieno?

I balconi, da che nacquero come palcoscenico per le cerimonie dei potenti, ebbero una grande diffusione anche nelle case private, come attestato nell’antica Grecia; anche Etruschi e Romani adottarono questo oggetto architettonico, ma questi ultimi ne sfruttarono la funzione anche in ambito pubblico: risale infatti al 318 a.C. l’uso di un loggiato ligneo che affacciasse sul Foro affinché l’uditorio potesse assistere agli spettacoli (Festo, 134b, 22). Lo stesso meccanismo venne adottato e rielaborato secoli dopo nella costruzione dei teatri – con il cosiddetto loggiato e i palchetti costruiti come tanti piccoli balconcini – e delle sale per i congressi ai giorni nostri, dove non è raro trovare balconate su uno o due ordini. Questo uso pubblico del balcone è generalmente identico ovunque: è necessariamente gerarchico, se lo spettatore guarda dal basso verso l’alto e a tal proposito ricordiamo che costruire balconi belli e monumentali durante il Rinascimento e il Barocco indicava uno status sociale elevato, tanto che a Firenze il Ponte alla Rovescia fece parlare si sé oltre che per la forma anche per la strana storia di “disobbedienza” ad esso legata.

Infatti, nel 1533 il duca Alessandro De’ Medici aveva disposto un nuovo regolamento per la sistemazione dell’urbanistica fiorentina che prevedeva il divieto di costruire balconi e mensole che si affacciassero sulla pubblica via per evitare che si accalcassero gli uni sugl’altri. Un tal Baldovinetti, però, voleva a tutti i costi costruirsi un balcone e, dopo aver ripetutamente chiesto che gli fosse accordato il permesso, il duca sembrò che gli volesse dare l’assenso a patto che… lo costruisse al contrario! Il Baldovinetti non si scoraggiò e lo costruì proprio sottosopra, come ancora oggi lo vediamo per le strade del quartiere Ognissanti. Così è raccontata la bizzarra storia, ma sembra che il possesso del palazzo non fosse dei Baldovinetti all’epoca di Alessandro De’Medici, ma dei Vespucci.

Tornando, però, alle funzioni, l’uso di questi amati e odiati balconi diventa dialettico nel caso del teatro dove il pubblico legittima o meno chi è al centro della scena (non a caso lo spazio del teatro è stato anche politico nell’Ottocento); è didattico, nel caso più recente delle sale per congressi, lezioni o seminari.

Ma la dimensione puramente pubblica del balcone si stempera nel caso dei balconi privati, sui quali ognuno può fare ciò che vuole – nei limiti del consentito e della decenza – e che pone noi paesi Mediterranei in una sfera culturale diversa, grazie all’uso dei balconi “aperti”.

La vita di un paese o di una città, fino a poco tempo fa, era scandita dalle chiacchiere da balcone, ossia dai discorsi, dalle litigate, dai convenevoli che il vicinato si scambiava affacciandosi sulla strada per mezzo del balcone. Non è un’usanza che sia stata del tutto abbandonata e non solo perché nel nostro immaginario alcune città sono pervase da questo chiacchiericcio, ma perché questo scambio di socialità esiste ed è radicato se i The Jackal ancora possono costruirci sopra uno sketch di satira (cercate su YouTube le Vrenzole se volete farvi quattro risate).

 

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La puntata dei The Jackals sui balconi

 

Sul balcone si stendono i panni (una cosa molto privata), ma allo stesso tempo ci si può esporre una bandiera che esprima la nazionalità degli abitanti di quel determinato appartamento o la squadra per la quale tifano: è l’espressione pubblica di un’appartenenza ad una comunità. I quadri o le stampe risorgimentali spesso mostrano i balconi addobbati con il tricolore, come non è raro oggi che quest’ultimo si esponga in occasione delle Olimpiadi.

Durante una festa di paese era usanza andare da un conoscente o un familiare che avesse un balcone ben esposto sulla strada per vedere meglio la processione e la cerimonia; viceversa, si invitavano conoscenti, familiari e amici per l’occasione. Quindi il balcone privato diventava, nuovamente, un’occasione di socialità e, in altri tempi, di appartenenza ad una famiglia o ad un’altra. Ancora oggi questa dimensione del balcone “sociale” sussiste nei paesini. Dal balcone una signora “ordina” la spesa (affare privato, addirittura femminile) al fruttivendolo, al panettiere, al commerciante al piano terra e questi per mezzo di una carrucola gliela fa salire, scambiandosi nel frattempo notizie fresche di giornata.

Su uno dei balconi più famosi d’Italia, a Verona, Romeo e Giulietta si scambiarono la loro promessa d’amore: poco importa che essa non sia avvenuta veramente, se non nella mente di Shakespeare, ma il sentimento profondamente privato che accomunava i due giovani assunse una valenza universale. Si ipotizza, inoltre, che di balcone non si parlasse nella stesura originale del dramma: infatti, la storica Lois Leveen nel saggio Romeo and Juliet has no Balcony, pubblicato su The Atlantic, sostiene che in Inghilterra il balcone non fosse affatto conosciuto – infatti non è un clima particolarmente mite quello britannico –  e che la parola balcony non fu in uso almeno fino al 1618, due anni dopo la morte del drammaturgo. Fu quindi un atto deliberato quello di introdurre il famoso balcone: un luogo nel quale Giulietta si rifugia per sfuggire all’opprimente casa paterna, il luogo in cui cova l’amore proibito, un luogo quasi trasgressivo che però la divide ancora da Romeo.

Fu talmente forte il messaggio proposto dalla storia d’amore di questi due giovani che il restauratore Antonio Venna, tra il 1932 e il 1935, decise di costruire il balcone di Giulietta nella forma che conosciamo noi oggi: infatti, prima di questo intervento, il balcone della casa che si pretendeva fosse di Giulietta si presentava lungo, a nastro e con una comune ringhiera nera.

 

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La casa di Giulietta a Verona: come appariva alla fine dell’Ottocento

 

L’uso del balcone privato ha così tante sfumature quotidiane che nemmeno ce ne rendiamo conto, e solo ultimamente, con l’affaire degli striscioni anti-Salvini, si è tornato a parlare di balconi e di quanto sia inopportuno da parte delle forze dell’ordine rimuoverli. Ma la socialità dei balconi non potrà essere cancellata dalla Digos perché è una forma di cultura troppo radicata e non perché su un balcone di Piazza Venezia per una ventina d’anni si affacciò un dittatore. Anzi, l’intervento delle forze dell’ordine ha fatto sì che chi volesse comunque esprimere il suo dissenso, si ingegnasse e trovasse metodi alternativi di scrittura che, in alcuni casi, hanno mutuato dalla tradizione (come la Smorfia a Napoli o 751A a Palermo).

Cercando la definizione di balcone, in nessuna delle enciclopedie italiane mi è capitato di rilevare un accento particolare nell’uso dei balconi come luogo di socialità e mi è sembrato ancora più strano dal momento che il termine che si utilizza per descrivere l’atto di uscire sul balcone – affacciarsi – rimandi anche ad un significato che esprime un confronto fra due o più persone, l’esternazione di un parere, l’incontro tra persone diverse. Sebbene questi significati siano segnati come desueti sul vocabolario, sono quelli che definiscono la funzione dialettica che il balcone instaura tra un dentro e un fuori; tra una dimensione privata ed una pubblica; tra il pensare (attività interna al sè) e il discutere (apertura verso l’esterno). Questa mi sembra la dimensione più interessante, anche perché – ironia della sorte – sono spesso i balconi “privati” i principali avversari dei balconi “pubblici”.

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