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Farsi beffe del potere: la caricatura politica italiana dal Risorgimento al fascismo

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Alessia Pirola, Milano –

La moderna caricatura politica italiana nacque verso la metà dell’Ottocento come reazione alla censura e all’autoritarismo dei governi stranieri che dominavano la penisola.

Durante i moti rivoluzionari del 1848 i sovrani concessero una seppur limitata libertà di stampa; rapidamente i giornali umoristico-caricaturali si imposero come un nuovo strumento di comunicazione, veicolo delle istanze di indipendenza e progresso civile e sociale per cui si stava lottando. Il primo satirico italiano fu stampato nel marzo di quello stesso anno a Napoli, con il nome di Arlecchino. A pochi mesi di distanza apparve a Milano Lo Spirito Folletto e a Firenze Il Lampione; ma il più coraggioso tra i periodici fu il romano Don Pirlone, la cui audacia colpì lo strapotere temporale dei Papi.

Grazie all’immediatezza e alla facilità di comprensione per un pubblico prevalentemente analfabeta ebbero un grande successo; ma il fallimento della stagione rivoluzionaria e la revoca delle concessioni liberali costrinsero molte testate alla chiusura  o alla clandestinità.

Solo nel Regno di Sardegna, grazie alla liberalità dello Statuto Albertino, questo nascente genere riuscì a crescere ed affermarsi stabilmente. Il 2 novembre del 1848, a Torino, uscì il primo numero del Fischietto, il principale e più combattivo dei giornali risorgimentali. Proprio sulle sue pagine si era affermato un giovane caricaturista, Casimiro Teja, a cui venne affidata nel 1856 la direzione del Pasquino, prototipo dei giornali satirici italiani e modello di formazione per i migliori disegnatori del secolo.

Grazie alla politica cavouriana il regno sabaudo conobbe un notevole sviluppo economico e culturale, divenendo centro di riferimento per intellettuali e patrioti emigrati che animarono i dibattiti politici sul futuro della penisola.

Il successo della satira non si arrestò con la conquista dell’Unità; anzi, l’estensione della libertà di stampa a tutto il territorio italiano permise di far risorgere molti periodici soppressi o mutililati dalla censura straniera, che accompagnarono le vicende del neonato stato.

Numerosi furono i disegni caricaturali in cui un uomo e una donna, simboleggianti L’Italia e Roma si abbracciavano stretti, anticipando cronologicamente la liberazione della città, divenuta poi capitale

Questi sono solo alcuni dei temi e dei soggetti cari ai caricaturisti che colpirono i maggiori esponenti della classe dirigente politica e del clero, denunciando la dilagante corruzione e avidità. Massimo esempio fu l’Asino, nato a Roma nel 1892 e sopravvissuto a svariati sequestri e condanne.

Proprio questo periodico diede un grande contributo alla campagna interventista e successivamente alla propaganda di guerra, al punto che, nel dicembre 1914, su richiesta dell’ambasciata tedesca a Roma, venne intentato un processo per offese all’imperatore di Germania Guglielmo II.

caricatura

La legge Coppino varata nel 1877 sancì l’obbligo dell’istruzione scolastica per i primi due anni e fu accolta con molte polemiche, come testimonia la vignetta pubblicata sul milanese L’Uomo di Pietra, raffigurante il ministro mentre spinge verso la porta della scuola un asino

In un paese ancora largamente analfabeta, la stampa illustrata ricoprì un ruolo fondamentale per indirizzare l’opinione delle piazze e mobilitare le masse durante i mesi di neutralità.

Il primo conflitto mondiale fu una guerra moderna non solo per i nuovi armamenti, ma anche per la costruzione di complessi sistemi di comunicazione per il controllo dell’opinione pubblica, alternando sapientemente censura e propaganda. Primo vero esperimento pubblicitario, che coniugò elementi di marketing e di psicologia, questa guerra comunicata per immagini fu in grado di coinvolgere e convincere con i suoi slogan. I disegni satirici veicolarono messaggi politici, patriottici e propagandistici, in grado di raggiungere sia la popolazione civile, sia i soldati.

Le caricature erano un’arma altrettanto importante per colpire e ridicolizzare il nemico, cercando al tempo stesso di creare spirito di aggregazione tra le truppe al fronte e influenzarne positivamente l’umore e la motivazione.

La cartografia satirica europea di inizio Novecento mostrava già chiaramente i sentimenti montanti di nazionalismo ed imperialismo, con l’intento di esasperare la rabbia e l’aggressività della popolazione contro un nemico esterno e fomentare il clima di conflitto, sfociato poi in un aperto scontro armato.

In Italia questa ideologia si unì al movimento irredentista, che si schierò con forza a favore di un intervento contro l’Austria, che avrebbe consentito di portare a compimento il processo di unificazione, estendendo i confini nazionali al Trentino, Alto Adige e Venezia Giulia.

Proprio sulla scia dell’interpretazione della grande Guerra come una Quarta Guerra d’Indipendenza, le pubblicazioni satiriche recuperarono temi, personaggi e allegorie risorgimentali. Una su tutte l’aquila bicipite – che rappresentava l’Impero austro-ungarico – strozzata dal serpente “dell’odio popolare contro l’invasore“.

Alla fine del conflitto, l’Italia, secondo quanto stabilito nel Patto di Londra siglato nel 1915, ottenne il Trentino, il Sud Tirolo e la Venezia Giulia. Ma durante i trattati di pace la delegazione italiana capeggiata dal Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando e dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino chiese anche l’annessione della Dalmazia e della città di Fiume, abitata per la maggiorparte da italiani, incontrando però la ferma opposizione degli alleati sulla base del principio di autodeterminazione dei popoli. Questo insuccesso suscitò nell’opinione pubblica un sentimento di ostilità e di risentimento verso le potenze europee, accusate di non voler riconoscere all’Italia il suo contributo alla vittoria, e verso la classe dirigente, giudicata incapace di difendere gli interessi nazionali e di assicurare al Paese un ruolo di primo piano sulla scena internazionale.

Il tema della “vittoria mutilata” si sommò alla gravissima crisi economica, alle crescenti tensioni sociali e alla debolezza delle istituzioni politiche, aprendo la strada all’ascesa di Mussolini.

La satira politica non mancò di tratteggiare la complessa figura del Duce e di seguire la sua ascesa al potere dal biennio rosso (1919-20) sino alla marcia su Roma e al mandato di Presidente del Consiglio nel 1922. Due anni dopo, il delitto dell’On. Giacomo Matteotti, che aveva denunciato alla Camera i brogli e le violenze commesse dai fascisti in occasione delle elezioni, fece vacillare il potere di Mussolini, ritenuto complice e condannato dalla stampa nazionale ed estera. Le copie vendute dai giornali fascisti e filo fascisti erano di molto inferiori a quelle vendute dalle testate di impronta liberale e socialista. Ma in pochi mesi furono “fascistizzati“, sancendo la fine della libertà di espressione e inaugurando una stagione di ferrea censura e di propaganda del nuovo regime.

Dettaglio di una copertina dell’Arlecchino, giornale satirico napoletano del periodo risorgimentale

Da quel momento dunque il fascismo fu un tema ricorrente solo nell’iconografia satirica internazionale, di matrice prevalentemente anglosassone, che prese di mira manie e stravaganze del Duce, specialmente dopo l’impresa in Etiopia.

I caricaturisti delinearono in chiave comica gli avvenimenti degli anni Trenta, fino a quando lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale li costrinse ad assumere un ruolo sempre più propagandistico, sotto le direttive degli organi dell’esercito preposti al controllo dell’informazione e della stampa, così come era avvenuto solamente venticinque anni prima.

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