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Dall’ubriacatura al disinganno: la Grande Guerra e l’esame di coscienza di Renato Serra

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Armando Marchegiani, “Eroica fine del cappellano militare Pacifico Arcangeli di Treia”, 1920-1936

Enrico Ruffino, Venezia –

Ci si avvia, in questi anni di commemorazioni, alla fine del “centenario” della Grande Guerra. E con essa ci si interroga, ancora una volta, arrivati all’anno ’17, sulla grande tragedia complessiva della Guerra attraverso la lente – allo stesso tempo micro e macroscopica – dell’evento. Il più traumatico, la tragedia necessaria, per usare una celebre espressione di Mario Isnenghi: Caporetto. Necessaria perché “altro non poteva accadere ciascuno attore non poteva agire diversamente”; perché le narrazioni s’imprimono nel pubblico e rivelano le mentalità, il desiderio di narrare un evento che per i protagonisti era andato così.

Qualche giorno fa Francesco Barbarulo ha posto in questa piattaforma un quesito importante: cosa avvenne a Caporetto? Adesso vorremmo chiederci, di contro, cosa avvenne su Caporetto; perché nell’immaginario pubblico questo evento sortì un effetto talmente traumatico da divenire non solo un topos dell’Italia ma anche di ogni sconfitta personale e collettiva, di ogni “disfatta”, di ogni “capitolazione”, di ogni “tragedia”. Non esiste dramma senza un prima e un dopo: in un certo senso, questi due sbalzi temporali tra l’evento sono necessari per capire il mentre.

Baccio Maria Bacci, Sul Piave, 1917

Parentesi Storiche in questo articolo vorrà occuparsi di un segmento del “prima”, senza ignorare il “dopo” né deviare il “durante”. E vorrà farlo attraverso una piccola storia (dire micro ci fa impressione, se non altro perché è troppo per dei giovani apprendisti come noi) che, in realtà, è una summa di tante altre, il resoconto anticipato di una tragedia che avverrà due anni più tardi, quando le pulsioni avevano già lasciato spazio ai traumi e la festa stava per finire sotto la cappa asfissiante, maleodorante e putrida della trincea. La storia piccola – cioè, personale – è quella di Renato Serra, del suo esame di coscienza che in un grido tutto contrito in se stesso delimita gli spazi della tragedia, la circoscrive e la imprime nella memoria postuma. A futura memoria, senza volerlo né saperlo.

Gli anni delle celebrazioni hanno portato in grembo fior fiori di pubblicazioni e ri-pubblicazioni sull’evento che ha radicalmente accelerato il corso della storia. Per l’Italia le celebrazioni sono iniziate nel 2015, un anno dopo rispetto al resto del mondo che ha visto lo stillicidio del conflitto iniziarsi un anno prima. E proprio nel 2015 le Edizioni di storia e letteratura – la casa editrice che più di ogni altra si è prodigata nella pubblicazione dei carteggi e delle opere dell’intellettualità italiana primo novecentesca – ha deciso di ripubblicare, in edizione critica a cura di Marino Biondi e Roberto Greggi, l’Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra.

 

Giulio Aristide Sartorio, Sacile: 31 ottobre 1917

Il testo non è un grido contro la guerra, né una presa di posizione pacifista, anti-bellica o contro la propria generazione, è un grido che dall’animo si fa inchiostro, che mette nero su bianco tutti i dubbi e i traumi di una generazione “borghese” che ha creduto – e nel momento in cui Serra scrive, crede ancora – alla rigenerazione della guerra per la Nazione. Serra – intellettuale e critico letterario troppo giovane ma in fondo così vissuto da non poter tacere dinanzi all’ubriacatura del conflitto – si trova nella storia, la ragione di vita di una generazione che si sente eletta a “compiere” la Nazione; ma il suo è in fondo uno scivolamento nel conflitto, un naufragare, un farsi prendere e farsi trascinare dalla guerra:

 

la guerra… sono otto mesi, poco più poco meno, ch’io mi domando sotto quale pretesto mi son potuto concedere questa licenza di metter da parte tutte le altre cose e di pensare solo a quella. I giorni passano, e il peso di questo conto da liquidare colla mia coscienza mi annoia e mi attira: come l’ombra del punto che non ho voluto guardare cresce oscura e invitante nell’angolo dell’occhio; fin che mi farà voltare.

 

La guerra, dunque, come paradigma salvifico, come espugnazione ed espiazioni dai mali, dalle corruzioni; la guerra come “farmaco”, come “rigenerazione” che liquida tutto e tutti, pesa sulla coscienza, divampa nell’animo perché mette “da parte tutte le altre cose”: ma la guerra “non cambia nulla, assolutamente, nulla. Neanche la letteratura”. Verrebbe da chiedersi quale significato attribuire a questo concetto – la guerra – che altro non è insito nell’uomo, nel vivere comune, nella storia; ma si dovrebbe dire e ribadire che per la generazione del primo conflitto mondiale non si tratta di un concetto ma di un’aspirazione di vita, una filosofia: la guerra non era totale solo perché coinvolgeva la totalità della società ma anche – e soprattutto – perché coinvolgeva totalmente gli animi, le mentalità, diveniva, secondo il precetto marinettiano, una cura contro i mali, contro una generazione – quella “umbertina” – percepita come traditrice dei valori risorgimentali.

Allora, i figli degli umbertini, nipoti dei garibaldini, dovevano imprimere la storia, smuovere la nazione dall’immobilismo dei propri padri: la guerra era la cura, era la scossa dall’immobilismo, dallo stallo e la giusta risposta al nemico giolittiano. Avremmo potuto trovare un giovane ed inedito Carlo Emilio Gadda gridare per la guerra sotto ad un comizio dannunziano e poi, di contro, dopo il conflitto – e poi, dopo un altro ancora – corrodersi e rodersi nel suo dolore, nel trauma della guerra.

Giulio Aristide Sartorio, “Trincee vicino a Gorizia: campagna d’Italia attorno all’Isonzo”, Settembre 1917

Ci sono gli uomini del pre e ci sono quelli del post guerra. Uomini con lo stesso nome ma profondamente cambiati. Questo di Gadda è il post, quando gli animi erano già dilaniati: nel pre guerra invece Serra – mentre i suoi colleghi coetanei del “La Voce” si sbronzavano della “vittoria” dopo l’attesa della guerra – maciullava il suo animo nello scivolo del conflitto. Scendeva, scendeva e scendeva ancora, il conflitto, ma non convinceva il giovane “europeo di provincia” come lo definì Ezio Raimondi:

 

la guerra non mi riguarda. la guerra che altri fanno, la guerra che avremmo potuto fare… se c’è uno che lo sappia, sono io, prima di tutti.

 

Una prospettiva astorica, per cui la guerra non “cambia nulla”, non vi sono stravolgimenti, non vi sono più che altro cambiamenti: ciò che avverrà, se avverrà, arriverà da sé. Perciò smettiamola – noi generazione ubriaca – di pensare che nella vita non ci sia altro che lei, la guerra, con le sue aspirazioni, con la sua immensa e immonda totalità:

 

ripetiamolo dunque, con tutta la semplicità possibile. la letteratura non cambia. Potrà avere qualche interruzione, qualche pausa, nell’ordine temporale: ma come conquista spirituale, come esigenza e coscienza intima, essa resta al punto a cui l’aveva condotta il lavoro delle ultime generazioni; e, qualunque parte ne sopravviva, di lì soltanto riprenderà, continuerà di lì. È inutile aspettare delle trasformazioni o dei rinnovamenti dalla guerra, che è un’altra cosa.

 

Non serve dunque aspirare alla grande rigenerazione, al problema della “cura”. La Nazione, però, non scompare dai radar della coscienza e Serra, anzi, la decanta come un “problema” ma un problema che non può essere risolto “ora”, con queste modalità, con il conflitto:

 

Appunto perché questo problema è essenziale e sostanziale e sostanziale nella nostra storia, non possiamo credere che si esaurisca con oggi

 

Serra non rinnega e non si rinnega. Non rinnega neanche il desiderio erotico della sua attesa che tanto lo aveva tenuto sull’attenti, in sintonia con il suo percepito destino di membro di “una generazione eletta”. Rinnega il fatto che essa possa risolvere tutto e subito, con le armi di un conflitto meccanico che diventa un genocidio mentale, che oscura tutto, ma in fondo è un trascinamento, una sincera adesione o un lasciar fare, uno scorrere meccanico o un abbandono totale al conflitto.

Baccio Maria Bacci, Alle Grave di Papadopoli (Sul Piave), 1917

Ci si lascia andare al conflitto, ci si lascia cullare, ma non per questo la coscienza individuale ne è esente: essa è particella di una coscienza collettiva, si stacca, va per vie proprie, si scontra con il Noi e si manifesta negli scorni. Per questo L’Esame è tanto anomalo quanto atteso. Preannuncia il post-sbronza: un immenso hangover diremmo oggi. E configura il trauma di Caporetto, laddove la disfatta non è solo militare ma anche mentale. Capitola l’esercito, capitola Cadorna ma capitolano le ambizioni di una generazione che aveva frantumato se stessa nella guerra. Il farmaco non aveva funzionato. E Caporetto ne era la prova. Lo aveva detto anche Serra:

 

Perché non siamo eterni, ma uomini; e destinati a morire. Questo momento che ci è toccato, non tornerà più per noi, se lo lasceremo passare …invecchieremo falliti. Saremo la gente che ha fallito il suo destino. Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo; ci parrà di averlo scordato; e lo sentiremo sempre; non si scorda il destino.

 

Era il 1915. Nel luglio dello stesso anno Serra sarebbe morto combattendo sul monte Podgora. Chissà chi, tra gli “eletti”, avrà riletto in profondità queste parole alla fine della guerra.

Renato Serra
Esame di coscienza di un letterato
edizione critica a cura di M. Biondi-R. Greggi
Edizioni di Storia e Letteratura
Roma, 2015
pp. 348