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La grotta 254 di Mogao: un esempio di arte buddista cinese

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Federico Brentaro – Bologna

Situate lungo il percorso di una delle antiche strade carovaniere che costituivano la Via della Seta, le grotte di Mogao, un complesso di caverne di natura artificiale, costituiscono uno dei siti buddisti più importanti mai realizzati.

Le grotte furono scavate in una parete rocciosa ubicata a venticinque chilometri a sudest di Dunhuang, un’importante oasi situata nella parte nord-occidentale della regione del Gansu che, per i viaggiatori diretti verso Occidente, segnava l’ultima tappa prima della dura attraversata del deserto di Taklamakan.

Delle circa cinquecento grotte presenti lungo la parte rocciosa, che misura sessanta metri di altezza e milleseicento di lunghezza, la prima venne scavata nel VI secolo, presumibilmente nel 366 dal monaco Lezun o Yuezun; la produzione artistica proseguì pressoché ininterrottamente fino all’epoca Yuan (1279-1368): con la successiva dinastia Ming (1368-1644), venne abbandonato come conseguenza della perdita di importanza delle tratte commerciali lungo la Via della Seta.

Entrate a far parte del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco nel 1987, le grotte di Mogao si sviluppano su quattro diversi livelli e possiedono dimensioni e strutture fra loro molto diversificate: alcune sono delle grotte di meditazione che presentano una nicchia contenente una statua del Buddha rivolta verso l’entrata e, in taluni casi, delle celle di meditazione poste ai lati della camera principale; altre grotte, invece, sono dotate di un pilastro centrale attorno al quale i monaci potevano circumambulare; alcune, dal tetto piramidale, sono delle grandi sale che potevano ospitare un numero elevato di devoti; altre custodiscono al loro interno delle colossali statue intagliate nella roccia, modellate con argilla e dipinte; infine, le grotte di più piccole dimensioni, a pianta quadrata o rettangolare, fungevano da dormitorio per i monaci.

La grotta 254

Una delle grotte meglio conservate dell’intero complesso religioso, sopravvissuta all’erosione dei venti proveniente dal deserto, ai terremoti che nel corso dei secoli hanno colpito l’area – causando la distruzione di molte caverne –, ai saccheggi dei predoni e degli esploratori europei, è la grotta 254.

Costruita tra il 475 e il 490, durante il dominio della dinastia dei Wei Settentrionali (386-534), la grotta 254 è, tra quelle datate al V secolo, quella conservata nelle migliori condizioni. Dalla forma rettangolare, è divisa in due spazi: la prima metà della costruzione, l’anticamera, presenta un tetto a due spioventi, mentre la seconda metà presenta al centro un pilastro quadrato che si estende dal pavimento al soffitto dalla cassa decorata, il quale, in questo caso, è piatto. Un’asse immaginario, che si sviluppa in direzione est-ovest dal centro della porta d’accesso alla parete posteriore, divide la grotta in due metà speculari e simmetriche, ognuna delle quali, riflette alla perfezione i registri contenenti le immagini votive, la struttura architettonica e le nicchie che vi sono scavate nelle pareti. Queste ultime, contenenti statue e immagini, sono collocate sulle quattro facciate del pilastro centrale, sotto l’apice del timpano nella prima sezione della grotta e sulle pareti della camera rettangolare.

 

Il pilastro della grotta 254 con la statua Maitreya

 

Nella facciata frontale del pilastro, rivolta verso est, è stata ricavata una sola nicchia che al suo interno contiene una statua del bodhisattva Maitreya che misura un metro e novanta centimetri di altezza; i tre lati rimanenti del pilastro, invece, contengono due nicchie poste l’una sopra l’altra. La statua di Maitreya, che raffigura il budda del futuro nel paradiso Tushita con le caviglie incrociate, è contornata da una mandorla con un motivo a fiamma; degli apsaras – creature celestiali tipiche della cosmologia induista e buddista – volteggiano al di sopra del suo capo e delle figure demoniache sono dipinte al di sotto della base su cui la statua poggia. Uno scialle, leggermente drappeggiato e dipinto di rosso, scende dalla spalla sinistra di Maitreya fino ai suoi piedi.

La presenza del pilastro centrale rimanda alla circumambulazione, pratica religiosa caratteristica dell’induismo e del buddismo che consiste nel girare in senso orario attorno a un edificio, un oggetto, un terreno o una persona; e il pilastro stesso altro non è che una rappresentazione del pilastro centrale di uno stūpa indiano – monumento buddista atto a conservare le reliquie del Budda o altri oggetti sacri – o di una pagoda cinese.

Le quattro pareti della grotta sono decorate con 1.235 raffigurazioni del Buddha, ognuna delle quali è accompagnata da una didascalia che ne indica il titolo. Ma le raffigurazioni più importanti sono i quattro soggetti narrativi ivi presenti, situati nella parete meridionale e settentrionale, in un registro ben visibile al di sotto delle nicchie.

Il jātaka della tigre e l’attacco di Mara sono dipinti sul muro meridionale, mentre su quello settentrionale si trovano lo Śibi jātaka e la storia di Nanda.

 

Il Mara

Il Jataka della Tigre

 

I jātaka sono storie delle vite anteriori del Buddha Śakyāmuni e, in particolare, quello della tigre era molto popolare a Dunhaung. Il principe Mahasattva di ritorno da una passeggiata nel bosco incontrò una tigre moribonda con al seguito i propri cuccioli. Mentre i suoi fratelli andarono a cercare del cibo da offrire alla fiera, Mahasattva salì su un picco e, feritosi alla gola, si lasciò precipitare affinché la belva potesse nutrirsi del suo sangue e delle sue carni. In quel luogo, venne edificato uno stūpa per commemorare il sacrificio di Mahasattva. Nel dipinto parietale della grotta 254, alcune scene del jātaka sono facilmente identificabili: Mahasattva che precipita dalla rupe, la tigre e i suoi piccoli che banchettano con il corpo del defunto, i due fratelli che trasportano il cadavere del principe e la grande pagoda bianca eretta in sua memoria. Al centro della composizione sono presenti tre figure umane il cui capo è incorniciato in una mandorla: con molta probabilità si tratta di Mahasattva, al centro, con indosso una tunica monastica – chiaro riferimento a Śakyāmuni –, e dei suoi due fratelli.

Quando una colomba prese rifugio presso il re Śibi per difendersi dagli attacchi di un falco, il sovrano, per placare la fame dell’uccello predatore, accettò di offrire pezzi della propria carne pari al peso della colomba. Tuttavia, le parti delle proprie membra che Śibi poneva sul piatto della bilancia non riuscivano mai a raggiungere il peso dell’uccello. Il sovrano prese quindi la decisione di sacrificarsi e, a quel punto, i due uccelli, testata la fede di Śibi, riassunsero la loro forma divina originaria – la colomba prese le sembianze di Agni e il falco di Indra – annunciando al re che sarebbe rinato nelle vesti di Buddha.

Dello Śibi jātaka, nella grotta 254, è rappresentata un’unica scena, la più significativa, che vede al centro la persona di Śibi, attorniato da bodhisattva, monaci e apsaras, intento a sorreggere con la mano destra la colomba, quasi irriconoscibile, mentre un ministro esporta un pezzo di carne dalla sua gamba sinistra.

L’attacco di Mara, invece, è uno degli episodi principali della vita del Buddha: durante la prima notte di plenilunio del mese di vaiśākha, Siddharta si mise a meditare sotto un albero di ficus religiosa. Qui, prima di raggiungere l’illuminazione e divenire il Buddha, sconfisse Māra – signore del desiderio il cui nome significa “colui che fa morire” –, che cercò di tentare il principe e impedirgli di immergersi nella meditazione conclusiva.

 

Il Nanda

Il Sibi Jataka

 

Al centro del dipinto parietale è rappresentata l’immagine di Siddharta nel mudrā – gesto delle mani – dell’illuminazione: le dita della mano destra sono rivolte verso terra mentre la mano sinistra, con il palmo rivolto verso l’alto, poggia sul ventre. Nella parte destra del dipinto è presente Māra seguito dalle tre figlie Tanha, Arati e Raga; le figure sono attorniato da demoni e spiriti che costituiscono l’esercito mefistofelico della divinità tentatrice.

Il secondo dipinto presente sulla parete settentrionale ritrae la storia di Nanda, il fratello minore di Śakyāmuni che il giorno delle sue nozze abbandonò la vita mondana per accogliere quella monastica. Ancora una volta, al centro della raffigurazione è presente il Buddha nel vitarka mudrā, il mudrā della predicazione, intento a impartire i suoi insegnamenti al fratello.

Studi condotti sulla grotta 254, la più antica a pilastro centrale, e sullo stile dei dipinti hanno dimostrato come gli artisti che vi lavorarono abbiano adoperato come modello le pitture parietali di Kizil, un complesso di grotte situate nel Xinjiang, in Asia Centrale, la cui prima fase di realizzazione è compresa tra la fine del III secolo a.C. e il 350.

Alla dinastia dei Wei Settentrionali, inoltre, si deve la costruzione di un altro importante centro buddista: si tratta del complesso rupestre di Yungang che conta un totale di cinquantatré grotte scavate tra il 460 e il 496.

 

Letture consigliate:

J. Fan, The Caves of Dunhuang, London, Scala Publishers, 2010.

G.R. Franci, Il buddhismo, Bologna, Il Mulino, 2004.

D.P. Leidy, The Art of Buddhism. An Introduction to its History and Meaning, Boston, London, Shambhala, 2008.

A.J. Pekarik, S. Stokes, The Cave Temples of Dunhuang, in “Archeology” (vol. 36, 1, gennaio-febbraio 1983), Archaeological Institute of America, 1983, pp. 20-37. Link consultato il 04/07/2019

A. Stanleyk, Art and Practice in a Fifth-Century Chinese Buddhist Cave Temple, in “Ars Orientalis” (vol. 20, 1990), University of Michigan, 1990, pp. 1-31. Link consultato il 04/07/2019

R. Whitfield, S. Whitfield, N. Agnew, Cave Temples of Mogao. Art and History on the Silk Road, Los Angeles, Getty Publications, 2015.

Digital Dunhuang. Link consultato il 27/07/2019