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L’omicidio di un principio: Gaetano Bresci l’attentatore del re e l’Italia nella “crisi di fine secolo”

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Jacopo Bernardini, Torino –

 

“Alle grida strazianti e dolenti
di una folla che pan domandava,
il feroce monarchico Bava
gli affamati col piombo sfamò.”

 

Il canto, noto con il titolo “Il feroce monarchico Bava”, o “Inno del Sangue”, riesce, anche solo nella prima strofa, a raccontarci la peculiare situazione attraversata dal contesto italiano al tramonto del XIX secolo.

Per un attimo le dimissioni di Francesco Crispi da capo del governo, dovute alla fallimentare politica coloniale perseguita in Etiopia e alla rovinosa sconfitta di Adua del primo marzo 1896, sembrarono stemperare le tensioni politiche e sociali. Tuttavia, nel 1898, la guerra tra Spagna e Stati Uniti per il controllo di Cuba provocò immediatamente un forte rincaro del pane e della farina, a causa di una flessione delle esportazioni provenienti dagli USA.

Il governo in carica, presieduto dal liberal-conservatore siciliano Antonio di Rudinì, non sembrava intenzionato ad assumere provvedimenti urgenti, causando, in tutta la penisola, manifestazioni di protesta contro il caro vita che ben presto sfociarono in tumulti e scontri. Gli scioperi e le agitazioni, repressi con la forza un po’ ovunque, porteranno, nei luoghi dove le proteste sembravano più insistenti, come in Lunigiana e a Napoli, alla proclamazione dello stato d’assedio.

 

 

A Milano la situazione avrà un esito tragico: l’8-9 maggio 1989 i manifestanti furono affrontati dai reparti dell’esercito guidati dal generale Fiorenzo Bava Beccaris che, per ordine del Re buono Umberto I, non esitò a soffocare nel sangue i tumulti. L’ordine di sparare colpi di artiglieria sulla folla inerme provocò ufficialmente 80 morti.

 

“TELEGRAMMA
Roma, addì 6 giugno 1898 – ore 21,20

Ho preso in esame la proposta delle ricompense presentatemi dal Ministro della Guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A Lei poi personalmente volli conferire di motu proprio la croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria.
Umberto”

 

Più di 80 morti e 450 feriti, oltre duemila arresti e 823 processi davanti ai tribunali militari, 11.164 pallottole sparate per le strade dalle truppe: a scapito di tutto ciò, per aver riportato “l’ordine”, Bava Beccaris venne decorato dal Re con la gran croce dell’Ordine militare di Savoia.

La storia del ’98 non finì in un pacifico ristabilimento dell’ordine. Dopo tanto sangue versato, un’ondata di processi colpì leader di sinistra e semplici cittadini. Il Parlamento, guidato, a partire dal giugno 1898, da Luigi Pelloux, presenterà nuove misure repressive, limitanti la libertà di stampa e di associazione.

 

 

Violenza chiama violenza: un allora sconosciuto anarchico venuto dall’America già preparava, nell’ombra, la sua personale vendetta. Due anni dopo, con tre (o forse quattro) colpi di pistola, uccidendo il Re, crederà di aver vendicato i morti di Milano.

 

Il primo colpo è per i morti di Milano, le vittime pallide e sanguinanti del generale Bava Beccaris, per il potere che elargisce medaglie agli assassini e piombo agli sfruttati […] il secondo colpo è per i compagni di Paterson costretti all’esilio, per gli operai e le operaie che la fame e le persecuzioni hanno allontanato dalle proprie case. Per tutti gli anarchici reclusi […] il terzo colpo è per l’infanzia breve trascorsa a Prato, negata e avvilita dal lavoro ottimizzato che non dà tregua”

 

La storia che cerca di raccontarci Paolo Pasi, nel suo libro Ho ucciso un principio. Vita e morte di Gaetano Bresci, l’anarchico che sparò al re (edito da Elèuthera), tenta di racchiudere, in poche centinaia di pagine, la vita, i momenti maggiormente pregnanti, le sensazioni provate prima e dopo il regicidio, del tessitore anarchico pratese Gaetano Bresci.

Per riuscire a ricomporre la biografia dell’anarchico toscano, Paolo Pasi ha ricercato ogni tipo di documentazione che potesse ampliare le scarse conosce che si hanno su questo peculiare personaggio, e, laddove non è stato possibile trovare alcun materiale, ha colmato tali mancanze cercando di immedesimarsi in Bresci, ipotizzandone i pensieri e le sensazioni provate durante i preparativi dell’attentato, durante il processo e durante il periodo della prigionia.

 

 

 

La storia di Bresci si intreccia strettamente con la profonda crisi, economica e sociale, che stava attraversando la Penisola in quel periodo. Il titolo riprende una delle prime frasi pronunciate dall’anarchico quando venne sottratto al linciaggio della folla dalle autorità, in quel fatidico 29 luglio 1900 a Monza, per essere successivamente arrestato e interrogato. Il Re, invitato a Monza per la cerimonia di chiusura del concorso ginnico organizzato dalla società sportiva Forti e Liberi non era il vero obiettivo: lo erano la gerarchia e l’autorità, che reprimevano, con il “piombo”, le proteste di carattere sociale.

Tre colpi di pistola, dunque, misero a tacere il Re Buono (Re mitraglia per gli anarchici) e le sue bugie per sempre. Il revolver con cui Bresci sparo quei letali colpi è oggi conservato al Museo Criminologico di Roma: una pistola Harrington & Richardson modello «Massachusetts» a cinque colpi, calibro 38 S&W., acquistata dall’anarchico il 27 febbraio 1900 a Paterson (U.S.A.), cittadina del New Jersey, meta preferita di quei sovversivi italiani costretti a lasciare l’Italia dopo l’emanazione delle «leggi crispine» in materia di ordine pubblico (Bresci era già stato in galera a 23 anni, con l’accusa di aver insultato una guardia).

Emigrato nel 1898 nella Silk City, a circa trenta chilometri a nord di New York, nel New Jersey, appena trentenne, lavorò come tessitore e sposò una giovane donna irlandese di nome Sophie Knieland, da cui ebbe dei figli. Nel tempo libero frequentava i circoli anarchici di Paterson, dove veniva descritto da tutti come un uomo mite, riflessivo, di buon carattere.

La sua vita a Paterson, tuttavia, era costantemente tormentata dalla grande impressione destata dalla dura repressione che contraddistinse i moti di Milano: vendicare tutti quei morti fu il movente che lo spinse a organizzare il suo ritorno in Italia con largo anticipo, imbarcandosi per Le Havre il 17 maggio 1900. Ad amici e parenti raccontò che tornava a Prato per rivedere la famiglia e per risolvere alcune questioni patrimoniali.

 

 

Dopo i gravi fatti di Monza, Bresci, in attesa del processo, chiese di essere difeso dal deputato socialista Filippo Turati, che, tuttavia, rifiutò (non esercitava da dieci anni): venne inevitabilmente giudicato colpevole del delitto di regicidio e, con sentenza del 29 agosto 1900, Gaetano Bresci fu condannato alla pena dell’ergastolo, di cui i primi sette anni da scontarsi in segregazione cellulare continua.

Lo Stato tentò in ogni modo di cancellare la storia personale di Bresci, eliminando ogni tipo di materia riconducibile a lui e alla sua prigionia dai propri archivi. Non solo: fiducioso nell’imminente ondata rivoluzionaria che avrebbe dovuto seguire il suo gesto, Bresci si comportava come un detenuto modello, ma questo non bastò a metterlo al riparo dal deliberato tentativo di condurlo alla pazzia dietro le sbarre attraverso una lenta e sistematica opera di torture e privazioni operata dalle guardie carcerarie della prigione di Santo Stefano. Secondo la versione ufficiale Bresci si sarebbe impiccato nella sua cella il 22 maggio 1901.

La memoria dell’anarchico regicida venne tenuta viva dagli ambienti anarchici, in primo luogo di Paterson, alimentando una forma di leggenda intorno al personaggio. Rivendicando sempre orgogliosamente il suo gesto, Bresci riuscì a circondarsi di un alone epico che ha risparmiato la sua memoria dall’oblio della storia.

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