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Franceschini Adelmo: storia di un italiano in guerra

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Alice Strazzeri – Cagliari

Il 25 luglio 1943 Mussolini fu destituito dal suo incarico di Capo del Governo e arrestato per volere del re Vittorio Emanuele III che, insieme al ministro Badoglio, aveva iniziato con gli anglo-americani le trattative per una resa incondizionata che si conclusero con l’armistizio comunicato agli italiani l’8 settembre. Subito dopo il re, Badoglio e le più alte cariche dello Stato e dell’Esercito scapparono a Brindisi già liberata dagli anglo-americani. Questi eventi causarono sbandamento tra i militari italiani sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei tedeschi. Come racconta Adelmo Franceschini che nato ad Anzola (Bo) nel 1924 fu chiamato alle armi nell’agosto 1943 nella 6° artiglieria di Modena, nell’intervista effettuata nel maggio 2016 dall’autrice dell’articolo:

Il maresciallo Badoglio dopo aver avuto l’incarico di formare il governo, dopo l’arresto di Mussolini, parla agli italiani e dice: “la guerra continua”. Non è che dice: “la guerra continua, siamo diventati nemici dei nazisti.

La reazione dei tedeschi all’armistizio fu rapida perché avendo previsto già da tempo che l’Italia potesse uscire dalla guerra, avevano preparato il piano Achse che prevedeva la neutralizzazione delle forze armate italiane presenti nei vari fronti come Jugoslavia, Cefalonia e nei Balcani, e l’occupazione militare della penisola.

Alcuni militari italiani, dopo l’armistizio, riuscirono a tornare a casa ma molti altri furono presi dai tedeschi al fronte, tra i quali troviamo Adelmo Franceschini che la mattina dell’8 settembre fu catturato a Modena e portato in un campo di raccolta. Egli racconta:

Per noi era una giornata normalissima, ci siamo alzati, gli ufficiali non c’erano più […] quando abbiamo aperto il portone della caserma, c’era un carro armato tedesco piazzato davanti. Tra l’altro noi che eravamo delle reclute, che non sapevano neanche usare le armi, non c’era la condizione oggettiva per pensare di fare una rivolta.

La liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi il 12 settembre 1943, e la creazione della Repubblica Sociale Italiana (Rsi), compagine fiancheggiatrice della Germania nazista, fu un ulteriore tassello della presenza tedesca nel Nord-Italia. Ai militari italiani catturati fu chiesto di aderire alla Rsi, ma molti rifiutarono e furono portati in Germania. Franceschini fu tra questi:

Abbiamo dovuto decidere in due ore eh! […] in quel momento maturava in noi la consapevolezza che il fascismo, oltre ad aver instaurato la dittatura, aveva trascinato l’Italia in questa tragedia, quindi è scattato in noi qualcosa […] ma perché dobbiamo renderci complici per andare a dare un contributo e combattere di nuovo con questi?

Il 4 ottobre Adelmo fu caricato su un treno merci e condotto nel campo di lavoro Stalag III C, nella città di Kustrin, al confine con la Polonia, dove, tra 1940 e 1945, furono deportati circa 70 mila prigionieri di diverse nazionalità. Narra Adelmo:

Vengono nel campo e ci fanno questo discorso: “O tornate a combattere con noi, cioè i fascisti e i nazisti, per riscattare l’onore dell’Italia tradita da Badoglio e dal re Vittorio Emanuele III, se no vi portiamo tutti a morire nei campi di concentramento”.

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Molti italiani decisero di non combattere per la Rsi. Gli ufficiali rifiutarono per fedeltà al re e alle istituzioni, altri militari italiani perché la brutalità dei tedeschi durante la cattura, il trasporto, e il trattamento nei lager alimentarono l’opposizione al Reich. I soldati italiani sul territorio tedesco non risultavano prigionieri di guerra, ma internati militari (Imi) perché l’Italia della Rsi era alleata con la Germania. Privati del titolo di prigionieri di guerra, gli italiani erano esclusi dalle tutele della Convenzione di Ginevra e da ogni soccorso della Croce Rossa Internazionale. Ricorda Franceschini:

 […] ci trattavano come dei traditori, li avevamo traditi due volte: la 1° quando il re firma in segreto, che non siamo più alleati di Hitler, la 2° quando noi rifiutiamo di tornare a combattere con loro. Lì eravamo solo militari, non c’erano né le camere a gas, né i forni crematori, ma 50 mila sono morti per fame e per malattia.

In Italia la prigionia degli italiani costituiva un elemento di opposizione verso la Rsi, che incontrava enormi difficoltà nel reclutamento spontaneo. Pertanto, inizialmente fu previsto un rimpatrio per chi decideva di collaborare. Molto presto però i rimpatri cessarono sia perché si temeva che tornati a casa gli Imi ingrossassero le file della Resistenza, sia perché la Germania non voleva privarsi di questa forza lavoro utile per la sua industria bellica. Ricorda Franceschini:

Noi lavoravamo in una fabbrica, dovevamo fare 4 km a piedi per andare e tornare, […] costruivamo una potentissima arma, i tedeschi, ovviamente, non ci hanno mai informati, l’abbiamo saputo dopo la Liberazione. […] i missili La V1-La V2 [La V1, Vergeltungswaffen 1, dal tedesco Arma di rappresaglia 1, univa le caratteristiche di un aereo a quelle di una bomba aeronautica e si può considerare il primo esempio di missile da crociera, cioè che segue una traiettoria guidata. N.d.r.], con cui, i nazisti per un bel po’ di tempo sono riusciti a bombardare Londra.

Lo status di Imi, pertanto, fu modificato in “lavoratori civili” e, come tali, gli italiani avrebbero dovuto avere gli stessi salari dei lavoratori tedeschi, un vitto migliore, un’assicurazione contro le malattie e gli infortuni, la rassicurazione che non sarebbero più tornati sotto le armi e che avrebbero lavorato in Germania soltanto fino alla fine della guerra. La Rsi sperava che il cambiamento di status diminuisse lo sfruttamento tedesco ai danni dell’Italia e che gli italiani accettassero maggiormente il regime di Salò. Per i nazisti la trasformazione di status era una misura economica che avrebbe garantito un aumento della produttività. Nella sostanza però non cambiò molto: i cancelli dei campi erano aperti, ma c’era il coprifuoco; i supervisori non erano le SS, ma comunque civili tedeschi; il lavoro era sempre di molte ore e da svolgersi in dure condizioni.

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Gli ultimi mesi di guerra furono i peggiori perché l’inverno del 1945 fu freddissimo e l’avanzata dell’esercito russo portò i tedeschi a dirigersi verso ovest costringendo i soldati italiani a lunghi spostamenti a piedi nella neve. Molti morirono durante queste marce, sia per il freddo sia uccisi dai tedeschi perché ne rallentavano la ritirata. Narra Franceschini:

I primi di maggio sono arrivati i sovietici, ci hanno liberato e ci davano da mangiare quello che davano ai loro militari, così ci siamo un po’ ripresi. Siamo stati con loro 4 mesi. Circolava la voce che ci avrebbero portato in Russia a riparare i guai provocati quando li abbiamo invaso e tra noi dicevamo: “L’Italia! Difficilmente torneremo!”.

Terminato il conflitto nel 1945 gli Imi sopravvissuti, pian piano, tornarono a casa. Adelmo racconta:

Una sera, alla fine di settembre, [i russi N.d.r.] ci hanno portato nella stazione di questo paesino, Basdorf, oltre Berlino verso la Polonia. Ci hanno caricati su quei soliti vagoni, questa volta aperti e hanno detto: “Avanti, tornate mo’ in Italia”. Sono arrivato una sera verso le 10, facendo il tratto della ferrovia, Brennero-Verona.

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Le testimonianze degli Imi non furono inizialmente accolte favorevolmente, oltre che dai tedeschi, anche dagli alleati angloamericani e dagli stessi italiani. Solo dopo la Guerra Fredda, a partire quindi dagli anni’90 del Novecento, iniziò un processo di riconoscimento che portò a risolvere questa discrepanza tra realtà e status legislativo, e gli permise di godere dei dovuti trattamenti previdenziali e benefici fiscali come ex combattenti da parte del Ministero delle finanze. Questa difficile situazione, in aggiunta alla volontà sentita subito dopo la guerra di dimenticare la tragedia passata e andare avanti, portò numerosi di loro ad optare per il silenzio. Narra Franceschini:

Questo atto di resistenza fatto da 650 mila italiani, è stato taciuto per molti anni, ha fatto giustizia Mattarella che ha detto che i militari italiani che rifiutarono di combattere con i nazi-fascisti dopo l’8 settembre, hanno diritto a pieno titolo di essere chiamati resistenti partigiani. Quello è stato il giorno più bello della mia vita!

 

Intervista e trascrizione a cura dell’autrice, Alice Strazzeri, materiale inedito registrato ad Anzola, nel giorno 03/05/2016

Letture consigliate:

M. Avigliano e M. Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), Il Mulino, Bologna, 2020

A. e L. Graziosi, Anzola, un popolo nella Resistenza, Anpi, Bologna, 1989

G. Hammermann, Gli internati militari italiani in Germania 1943-45, Il Mulino, Bologna, 2004

N. Labanca, Fra sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista (1943-45), Le Lettere, Firenze, 1992

A. Natta, L’altra Resistenza: I militari italiani internati in Germania, Einaudi, Torino, 1997

S. Peli, La Resistenza in Italia, Einaudi, Torino, 2004

G. Rochat, Memorilistica e storiografia sull’internamento, in N. Della Santa (a cura di), I militari italiani internati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, (Atti del convegno di studi, Firenze 14-15 novembre 1985), Giunti, Firenze, 1986

R. Ropa, Prigionieri del Terzo Reich. Storia e memoria dei militari bolognesi internati nella Germania nazista, Clueb, San Giovanni in Persiceto, 2008

R. Zangrandi, La tradotta del Brennero, Mursia, Milano, 1998

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