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Una “cultura fortemente emotiva”: anarchismo e antifascismo in Carlo Tresca

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Oreste Veronesi – Verona

Marco Manfredi ha definito la cultura anarchica come “fortemente emotiva”, volendo in tal senso sottolineare la rilevanza della mobilitazione emozionale nei canali comunicativi del movimento anarchico, grazie ai quali “può passare ciò che, in termini spesso assai restrittivi, siamo abituati a definire politica”.

La cultura anarchica non è stata la sola ad essere caratterizzata da questa tensione. Sarebbe impossibile pensare la storia della Resistenza senza i testi di Fenoglio o Meneghello, o quella del comunismo senza il teatro di Bertold Brecht o la poesia di Majakovskij. In qualunque temporalità storica possiamo scorgere la penna di un politologo che ha preferito firmare i suoi trattati con i versi, lasciando i saggi ad altri eruditi. Il teatro, la letteratura, gli stornelli e le poesie rendevano (e rendono) accessibili i messaggi politici ad un pubblico molto più vasto di quello del movimento stricto sensu.  La storia dell’anarchismo di esempi ne ha molti, ma molto spesso sono lasciati nei cassetti della memoria.  Ciò che rimane non è che un residuo di quanto, negli anni, il movimento anarchico ha fatto fermentare. Che la storia della cultura anarchica non sia riducibile a Pietro Gori è chiaro a molti, definire in cosa sia consistita quella cultura è invece compito ben più difficile. Come ha ampiamente argomentato Marcella Bencivenni in una ricerca purtroppo non pubblicata nel nostro Paese, il terreno culturale era altrettanto rilevante di quello sociale e ne delineava tanto l’auto-rappresentazione quanto la propaganda: essere anarchici, come ricordava Caterina D’Amico, un’emigrata italiana negli Stati Uniti, significava “partecipare a picnics, teatro amatoriale e altre attività”.

 

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A sollecitare la nostra attenzione su questi aspetti è oggi la ripubblicazione de L’attentato a Mussolini ovvero il segreto di Pulcinella di Carlo Tresca (Unicopli, 2019). Carlo Tresca è stato una figura di primo piano del panorama politico delle comunità italo-americane nella prima metà del secolo scorso, nel ruolo di pubblicista, di sindacalista e di agitatore antifascista. Una personalità di cui molto si ricorda per il piano sindacale e antifascista, ma che oggi è possibile valorizzare e comprendere meglio grazie alla casa editrice Unicopli. La pubblicazione del dramma di Tresca è un tassello fondamentale nel tentativo di far riemergere quelle “vite minuscole” (riprendendo Pierre Michlon) della letteratura anarchica, che sono state abbandonate alle soffitte. Ma che hanno sostanziato quel carattere di “cultura fortemente emotiva“, che ha permesso all’anarchismo di diffondersi e radicarsi.

 

Errico Malatesta

 

Il contesto statunitense, da cui proviene Tresca, è paradigmatico non solo per la presenza di Arturo Giovannitti, affascinante e famoso poeta libertario oggi poco ricordato, ma soprattutto per quel proliferare di “vite minuscole” che hanno concretizzato i contorni di quella “unique subculture” che andava ben oltre i rigidi confini della politica comunemente intesa. A Francesco Durante, da poco scomparso, va il merito di aver abbozzato la complessità di questa cultura, come nessuno aveva fatto prima, attraverso una raccolta corposa di stralci di questi testi. A nomi noti della letteratura dei “sovversivi” italiani negli Stati Uniti, come Gori e Giovannitti appunto, sono affiancati testi di Tresca, Efrem Bartoletti o Giuseppe Bertelli. Fuori dai confini del regime di Mussolini la pratica antifascista difficilmente si attestò su scontri fisici con i sodali del Duce. Ed è significativo che il Duce stesso si prodigò affinché il periodico diretto da Tresca, Il Martello, fosse bandito e contemporaneamente diresse l’azione politica dei fascisti negli Stati Uniti sui binari di una lotta culturale. Ciò evidenzia come l’antifascismo degli italo-americani si dovesse affermare sul piano dell’egemonia culturale, mai raggiunta, ma su cui la partita andava giocata. E qui si inserì l’azione di Carlo Tresca: con il periodico Il Martello, con i tour di conferenze con Gaetano Salvemini, con il teatro.

 

Carlo Cafiero

 

E’ venuto il momento di dare a questi stralci ben altro risalto, anche per rendere più decifrabile la storia del Novecento attraverso la voce di chi quel Novecento lo ha vissuto fino in fondo. La tradizione anarchica, come accennato, ha fondato la propria natura nella traducibilità del messaggio politico attraverso le forme più diverse: dalle arringhe di Errico Malatesta, alle letture del Capitale per opera di Carlo Cafiero fino alla poesia e al teatro, appunto. Ma quest’ultimo aspetto è stato poco approfondito, se non ignorato, nelle ricostruzioni storiche e nelle sensibilità degli editori italiani. La storiografia anarchica è stata anticipatrice di quella svolta “biografica” (biographical turn) che ha caratterizzato gli anni successivi alla caduta del muro di Berlino: già Carlo Masini parlava di storia “degli anarchici” ben prima che quest’ultima fosse metabolizzata nella riflessione universitaria. Ma lo stesso non si può dire per l’altra svolta fondamentale di questi anni: quella culturale (cultural turn). E’ significativo che nel contesto italiano, anche nelle più recenti ricostruzioni di ampio respiro, sia riservata ben poca attenzione a questo aspetto, che soltanto uno studioso, Marco Manfredi, sembra aver egregiamente affrontato.

La pubblicazione del bozzetto di Carlo Tresca giunge a spronarci in questa direzione. Eppure l’introduzione di Niccolò Baldari non ha la capacità di avanzare una riflessione in merito, marcando ancora una volta la superficialità con cui in Italia si affrontano questi temi. Nello specifico risulta insufficiente il bagaglio di riferimenti, che sono assenti o vagamente accennati; si evince in particolare la mancanza di richiami a chi la vita di Tresca l’ha studiata, come Nunzio Pernicone o Stefano di Berardo o a chi ha affrontato la cultura anarchica nella sua complessità, Manfredi appunto. L’editore, pur avendo poco curato la stampa, ha però il merito di proporre il libro ad un pubblico vasto. Il dramma di Tresca venne rappresentato per la prima volta all’inizio del 1926, mettendo in scena il tentato omicidio di Mussolini per opera di Tito Zaniboni dell’anno precedente.  Entrando nello specifico del testo, il primo tratto che emerge alla lettura è la rottura dell’immaginario machista e patriarcale del regime. Apre la scena un’istantanea di intimità amorosa tra il gerarca Roberto Farinacci e la “contessa del Viminale”. A chi la leggesse non avendo conoscenza della storia del fascismo, questa fotografia rimarrebbe neutrale. Roberto Farinacci fu “l’intransigente” del regime, l’uomo di punta della corrente radicale del partito fascista; colui che a capo della direzione generale del Partito impresse una svolta autoritaria nel tentativo di giungere ad una fascistizzazione totale del Paese.

 

Tito Zaniboni e Giovanni Acerbo nel 1921

 

L’operazione letteraria dell’autore appare dunque come una rottura di quella visione di dominanza della virilità fascista che caratterizzava la narrazione del regime, facendo scorgere i tratti più reali, e quindi non riducibili a “mito“, della personalità umana: la gelosia, ad esempio, cui si legge la contessa insinuare a Farinacci, la promiscuità, ma anche la sfrontatezza di una donna di fronte al “capo” del partito fascista. E’ lo stesso protagonismo femminile a stonare con una realtà che «intendeva riportare le donne al focolare domestico, confinarle al loro destino di madri e restaurare l’autorità patriarcale». E su questa linea non sfugge all’attenzione una battuta che spiazza la mascolinità fascista con una semplicità disarmante: «tu tremi sempre», accusa Farinacci al suo camerata Rossoni, il quale risponde al gerarca in un rimbalzo di allontanamento di quel “difetto” della personalità. E nello scambio tra i due si scorge un altro tema caldo: la coerenza nella storia politica dei camerati, i quali spesso arrivarono a rinnegare la loro precedente esperienza socialista mostrando un sentimento di vergogna.

 

 

Come si intuisce, i temi che questo testo di poche pagine stimola sono tanti, non ultimo il rapporto del regime fascista con il potere ecclesiastico. Sottolineando i legami tra i gerarchi e il clero, che si mostra accondiscendente rispetto le necessità repressive del regime, Tresca mette in luce l’anticlericalismo genetico del movimento anarchico. Ma a pesare sono anche le relazioni tra clero e fascismo negli Stati Uniti, come denunciò Gaetano Salvemini affermando che queste si evidenziarono in modo unanime più oltre oceano che non in Italia. Non è però questa la sede per approfondirli con sistematicità. L’auspicio è allora che altre siano le possibilità di indagare la produzione culturale degli anarchici italiani, spesso del tutto inedita e sconosciuta anche agli specialisti.

Carlo Tresca
L’attentato a Mussolini ovvero il segreto di Pulcinella
Milano, Unicopli, 2019
pp. 64

 

LE LETTURE CONSIGLIATE:

M. Manfredi, Una cultura fortemente emotiva. L’anarchismo italiano agli inizi del Novecento in P. Morris, F. Ricatti, M. Seymour (a cura di), Politica ed emozioni nella storia d’Italia dal 1848 ad oggi, Roma, Viella editrice, 2012, p. 105.
M. Bencivenni, Italian immigrant radical culture. The idealism of sovversivi in the United States, 1890-1940, New York,  New York University Press, 2011.
 J. Guglielmo, Living the revolution. Italian women’s resistance and radicalism in New York City, 1880-1945, Chapel Hill, The University of North Carolina Press, 2012, p. 144.
E. Deaglio, La zia Irene e l’anarchico Tresca, Palermo, Sellerio Editore, 2018.
N. Pernicone, Anarchism in Italy. 1872-1900 in R. Vecoli (a cura di), Italian american radicalism: Old World origins and New World Developmentes. Proceedings of the Fifth Annual Conference of the American Italian Historical Association, Boston, 1972, pp. 1-29.
F. Durante, Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti, 1880-1943, voll. 2, Milano, Mondadori Editore, 2005.
M. Pretelli, La via fascista alla democrazia americana. Cultura e propaganda nelle comunità italo-americane, Viterbo, Sette CIttà, 2012.
P. Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta, Milano, Rizzoli, 1969.
C. De Maria, Premessa. Metodo biografico e scansioni generazionali nello studio del socialismo italiano in G. Berti, C. De Maria (a cura di) L’anarchismo italiano. Storia e Storiografia, Milano, Biblion Edizioni, 2016, pp. 91-108. Ma si vedano anche le riflessioni contenute nell’introduzione di M. Salvati, Passaggi. Italiani dal fascismo alla Repubblica, Roma, Carocci, 2016.
M. Manfredi, Emozioni, cultura popolare e transnazionalismo. Le origini della cultura anarchica in Italia (1890-1914), Milano, Mondadori Education, 2018.
P. Dogliani, Il fascismo degli italiani. Una storia sociale, Totirno, Utet, 2007, pp. 106 ss.
M. Di Figlia, Farinacci. Il radicalismo fascista al potere, Roma, Donzelli, 2007.
V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, Venezia, Marsilio, 2007, p. 17.
G. Salvemini, Italian fascist activities in the United States, New York, Center for Migration Studies, 1977, pp. 145 e ss.