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Barbero alle prese con l’uomo Dante

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Paolo Perantoni – Verona

In occasione del settimo centenario dalla morte di Dante Alighieri (1265-1321), sono molte le uscite editoriali che si stanno affollando sui banchi delle librerie. Tra le più attese e vendute spicca la biografia di Dante a opera di Alessandro Barbero edita per Laterza e di cui un estratto è raccontato dallo stesso storico su RaiPlay.

Non che in 700 anni di storia non siano stati scritti fiumi di parole sulla vita di Dante: se si interroga l’opac nazionale alla parola “Dante” scopriamo che vi sono 51.060 titoli a catalogo, 323 di questi sono biografie del poeta. Eppure tutte queste opere, più o meno pregevoli, non sono riuscite a mettere la parola fine all’argomento, vuoi perché gli studi filologici fanno emergere nuovi possibili fonti (letterarie), vuoi perché la maggior parte degli studi si concentrano più sulle opere letterarie, per loro natura artifici, anziché sulle fonti storiche “dure e pure” (quellen).

Ecco allora che in questo mare magnum di biografie più o meno veritiere, il saggio di Barbero diventa un utile strumento di navigazione, anche se ben consapevole dei propri limiti. 

Linda Colley, ne L’odissea di Elizabeth Marsh, ha scritto: “La biografia, come qualcuno ha detto, è simile a una rete da pesca che porta in superficie una vita umana. Ma una rete non è che un insieme di buchi collegati tra loro, e alcune cose sfuggono”; è una considerazione valida per ogni tipo di biografia, ancor di più per quella di Dante. 

Sebbene infatti l’autore della Commedia abbia goduto già in vita di fama immensa, non si sono conservate sue opere autografe, né altri documenti preziosi che possano fare luce su aspetti in ombra della sua vita; questo ha generato molte diatribe tra gli studiosi anche solo sull’attribuzione delle opere (si pensi ad esempio alla Lettera a Cangrande e alla Quaestio de aqua et terra) come sugli spostamenti durante il suo esilio.

Dinanzi a questo grave problema Barbero, da buon storico, sceglie di partire dalle fonti primarie, ossia dai documenti ad oggi conosciuti che nominano Dante e la sua famiglia.

Si tratta di un lavoro certosino e niente affatto semplice data la natura dei documenti che sono, come spesso accade, atti notarili che hanno a che fare con compravendite di terreni, prestiti, fideiussioni etc. che si sono conservate proprio per il loro valore economico e patrimoniale. Diversamente da quanto avevano fatto in occasione della biografia Carlo Magno. Un padre dell’Europa (2000), Barbero e Laterza tornano a inserire le note a piè di pagina, dosandole saggiamente e mai abusandone.

Dante

Barbero ha bene a mente la lezione di Marc Bloch a proposito del documento come testimone, la sua bravura consiste nel formulare le domande corrette per far sì che questi sparuti testimoni non solo ci parlino ma ci facciano comprendere come sono andate le vicende. 

Su questo punto si traccia il discrimine tra lo storico e il letterato (per quanto studioso dantista): quando quest’ultimo – come nel caso di Isidoro Del Lungo – legge che Dante nella battaglia di Campaldino (11 giugno 1289) era tra i feditori schierati in prima linea, esso lo intende come un cavaliere leggero, diverso da quelli che in retrovia aspettavano agli ordini di Corso Donati. Lo storico, invece, sa che non v’è differenza né di armamento né di rango tra i due, anzi, questo particolare termine lo aiuta a squarciare i dubbi sulla ricchezza degli Alighieri e sul prestigio della famiglia in quanto in grado di armare Dante come cavaliere; un’impresa paragonabile oggi all’acquisto e al mantenimento di una monoposto da corsa.

Barbero, storico medievista ben avvezzo nel districarsi tra le fonti del Trecento, riesce in questo modo a mettere ordine in molti aspetti della biografia di Dante – alcuni solo apparentemente possono sembrare insignificanti – chiarendo i dubbi e spazzando via i falsi miti che nei secoli si sono sedimentati nella narrazione, come appunto la supposta povertà della famiglia Alighieri.

Quel che emerge è l’estrema complessità non solo della vita del poeta ma soprattutto del contesto storico, sociale e culturale in cui Dante cresce e vive. La Firenze del Trecento è un laboratorio straordinario sotto più punti di vista: economico, politico, artistico, sociale e non v’è da stupirsi se poco o nulla appare coerente, specialmente con la narrazione semplicistica a cui i più sono abituati dai testi scolastici. 

Anche la classica ripartizione tra i due partiti rivali dei guelfi e dei ghibellini cede alle evidenze storiche, come ha ben sottolineato Paolo Grillo nella sua recente opera La falsa inimicizia. Guelfi e ghibellini nell’Italia del Duecento uscito per Salerno Editore nel 2018. Le alleanze si facevano e si disfacevano a seconda delle convenienze del momento – allora come oggi – e non deve quindi sorprendere che al tema della politica Barbero dedichi ampio risalto nel suo saggio. 

Abbiamo infatti alcune fonti – come gli atti dei vari Consigli fiorentini – che ci aiutano a capire meglio il Dante politico, che suo malgrado si ritrova coinvolto negli anni più turbolenti della repubblica fiorentina, in costante mercé delle famiglie nobili di vecchia data (i cosiddetti magnati) come di nuova (ad esempio i Donati o i Portinari per restare tra i vicini di casa degli Alighieri).

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In questo contesto assai complicato – che Barbero ricostruisce con il consueto stile affabulatorio del romanziere associato al preciso e pertinente uso di fonti storiche e letterarie – si muove l’altrettanto complicato Dante: un uomo che stupisce ancora oggi per vitalità e intraprendenza, sia negli studi che nella vita pubblica.

Il 1302 segnerà la fine di quest’ultima, almeno a Firenze, e vedrà l’inizio del lungo e tormentato esilio su cui anche le fonti storiche poco riescono a far emergere con chiarezza. Nel trattare questi eventi Barbero decide saggiamente di dare sempre conto delle varie teorie, avvisando il lettore che quando non vi sono evidenze storiche è lecito supporre ma con raziocinio. Fidarsi del racconto di Coluccio Salutati o di quello di Flavio Biondo? Prendere per vero quello che scrive Dante oppure ciò che Boccaccio dice di aver sentito da fonte sicura? 

La similitudine blochiana tra lo storico e il giudice istruttore riemerge ancora una volta e Barbero dimostra di sapersi ben destreggiare anche nelle incongruenze delle fonti – criticandole mediante l’incrocio dei dati – facendo emergere le incoerenze e i punti plausibili, ma soprattutto spronando la curiosità del lettore come solo un autore appassionato come lui riesce a fare.

Alessandro Barbero

Dante

Laterza, Roma, 2021