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Intellettuali italiani tra fascismo e antifascismo: il problema del consenso al regime nei saggi di Angelo Ventura

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Alessandro Rigo, Verona –

 

«L’atteggiamento degli intellettuali di fronte al fascismo è tema complesso e delicato, che tocca i nervi scoperti più sensibili della coscienza nazionale, riluttante a fare i conti fino in fondo con questo inquietante periodo della sua storia, che coinvolge la responsabilità collettiva di tutto un popolo, ma in primo luogo delle élites intellettuali, alle quali i privilegi della cultura e del rango sociale negano quei margini di innocenza che spettano alle masse della gente comune. […] Dobbiamo calarci nel clima di un’epoca, comprendere e superare i silenzi, le rimozioni e gli inganni della memoria infelice, con cui due generazioni di intellettuali – la generazione della Grande guerra e del dopoguerra e quella cresciuta sotto il regime – hanno ripensato la propria esperienza del ventennio fascista».

 

Angelo Ventura introduceva in questi termini, nel 1996, un suo importante saggio sul problema del rapporto tra intellettuali e regime fascista, ora contenuto – assieme ai famosi studi biografici su, tra gli altri, Gaetano Salvemini, Carlo Anti, Eugenio Colorni e Norberto Bobbio – nella raccolta postuma di scritti Intellettuali. Cultura e politica tra fascismo e antifascismo, curata da Emilio Gentile e pubblicata lo scorso anno per l’editore Donzelli.

 

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Lo stesso Gentile, nell’introdurre il volume, sceglie significativamente tale passo: per ribadire che la questione dell’interpretazione storica del Ventennio è indissolubilmente legata alla memoria che di esso ne diedero gli ambienti intellettuali e culturali della nuova Italia repubblicana, con tutti i problemi che essi dovettero affrontare, in termini di rielaborazione e di assunzione delle responsabilità, morali e politiche, al momento dell’ “esame di coscienza”, della definitiva resa dei conti con il recente passato vissuto.

La grandezza di Ventura, secondo Gentile, è stata nella «lucidità e [nel] realismo storiografico» con il quale egli ha affrontato, di volta in volta, simili temi, cruciali e controversi per la cultura e la storiografia nazionali: affermando pionieristicamente e con coraggio (se si pensi alle sue vicende biografiche!) la necessità di affrontare le vicende del fascismo e dell’antifascismo «con il necessario distacco e con obiettività»; abbandonando i pregiudizi ideologici e certe strumentalizzazioni politiche a lungo dominanti «nel modo di studiare ed interpretare la storia dell’Italia contemporanea».

 

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Angelo Ventura

 

Per capire a fondo il rapporto tra intellettuali e fascismo bisogna, secondo Ventura, partire da due assunzioni fondamentali: in primo luogo, rimuovere la tendenza predominante «a concepire il regime sotto l’aspetto del dominio imposto con la violenza», che fu certo uno degli aspetti preponderanti del fascismo, ma che ne ha portato a sottovalutare «il progressivo radicamento nella società, la sua capacità di costruire un largo “consenso”», di fare presa, a livello sentimentale, agendo con intensità su un background culturale già largamente condiviso.

Proprio la categoria del “consenso” necessita di essere valutata con maggiore elasticità, tenendo conto delle sue ambiguità di fondo, che appaiono collocare «in uno stesso fascio, senza distinguere, l’adesione convinta […] e il semplice consenso al regime di quanti, pur non identificandosi intimamente o con chiara consapevolezza col fascismo, avevano accolto con favore» certe forme sulle quali esso si era di volta in volta conformato, sia sul piano della retorica o delle idealità, quanto su quello dei risultati raggiunti in politica interna o internazionale.

 

«[…] tale ambiguità era nell’interiorità della coscienza, in una sorta d’incertezza crepuscolare dello spirito, specie in uomini di cultura, con un proprio patrimonio di idee e di esperienze politiche alle spalle, i quali non potevano abbandonarsi alle imposizioni e alle suggestioni del nuovo regime senza porsi gravi e inquietanti questioni».

 

 

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Carlo Anti, rettore dell’Università di Padova, considerando totalmente separate scienza e politica, permise – nonostante il suo fervido fascismo – a professori antifascisti come Concetto Marchesi, Manara Valgimigli ed Egidio Meneghetti, di continuare ad esercitare la loro professione sotto il regime, facendosene anche garante, quando necessario, presso l’autorità politica.

 

Proprio questa prospettiva individuale ed interiore nel rapporto tra uomini di cultura e regime appare la più consona ad esprimere l’esigenza, per lo storico padovano, di non cadere in manichee e semplificatorie contrapposizioni tra fascismo e antifascismo – caratteri di un giudizio postumo e “passionale” del Ventennio – perseguendo, piuttosto, uno sforzo di compenetrazione nella mentalità del tempo:

 

«Cerchiamo di immedesimarci in questi uomini di questo tempo, quando negli anni trenta il fascismo appariva ormai saldamente al potere, destinato a durare e a improntare di sé un’intera epoca. Per sopravvivere occorreva convivere, e convivere non era possibile senza lasciarsi in qualche modo coinvolgere nelle istituzioni negli atti nel clima del regime. Così nell’animo degli antifascisti, anche di buona tempra morale, che non avessero voluto o potuto compiere la scelta, di per sé eroica, della militanza clandestina e dell’esilio, o comunque della netta e aperta dissociazione dal fascismo, le antiche fedi e convinzioni potevano vacillare, di fronte a quelle che potevano apparire le dure smentite della storia».

 

Fu solo – e qui arriviamo al secondo punto indicato – «l’andamento disastroso della guerra e il suo esito catastrofico […] a determinare il distacco dal fascismo, la svolta nell’itinerario politico e ideologico di tanti intellettuali». Fino al 25 luglio e all’8 settembre, l’atteggiamento generale prevalente era ancora una adesione al regime che si configurava sostanzialmente come accettazione di una realtà di fatto, la quale, soprattutto per le generazioni più giovani, prevedeva poche o nessuna alternativa, se non a prezzo di eroiche opposizioni: «La pressione ideologica del fascismo scavava in profondità nelle coscienze».

 

«Il potere – scrive Ventura – qualunque sia il regime, per il solo fatto di esistere e di durare a lungo, si autolegittima. Quando poi il potere è totalitario e non consente dissenso e circolazione di idee, valutare l’estensione e la natura del consenso è impresa ardua e quasi impossibile. Il regime è imposto e interiorizzato come un dato di fatto apparentemente irreversibile, che non lascia intravvedere alternative. Anche nelle coscienze più ferme di molti antifascisti subentra la rassegnazione, s’insinua, ancora più insidioso, il dubbio di essere fuori e contro la storia».

 

Non vi è lo spazio, qui, per approfondire la questione, per la quale si invita alla lettura, tra i volumi più recenti, anche dei bei saggi sul Ventennio degli intellettuali di Giovanni Belardelli e sugli Intellettuali nel Novecento italiano di Angelo D’Orsi: solo si aggiunga che il consenso degli intellettuali al regime, guardato in progressione e sul lungo periodo, si manifestò in modo eterogeneo e fu determinato, almeno in parte, anche da una gestione del potere fortemente arbitraria ed ambigua, alternante parvenze di liberalità e tendenze repressive e data non solamente dalla centralità decisionale di Mussolini, ma anche dall’intersecarsi di rapporti individuali tra “protettori” e “clientes”, dalle congiunture politiche che via via venivano manifestandosi, se non anche da una grande conflittualità all’interno della classe dirigente fascista e degli stessi istituti culturali sorti nel corso del Ventennio.

 

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Eugenio Colorni, antifascista fin dai tempi dell’università, aderì nel 1931 al movimento di Giustizia e Libertà di Leone Ginzburg e Vittorio Foa, e, dal ’35, al Psi di Lelio Basso e Rodolfo Morandi. Arrestato nel ’38 per la sua attività clandestina, fu confinato a Ventotene, dove scrisse con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi il famoso Manifesto. Nel ’43 evase e si diede alla lotta partigiana. Morì il 30 maggio ’44, a pochi giorni dalla liberazione di Roma.

 

Accanto a questa estrema malleabilità e persuasività del regime e dell’ideologia fascista, ciò che appare fondamentale riscontrare è, dunque, l’elemento individuale e contingente, prima ancora che sociale e professionale, che caratterizza il modo di rapportarsi da parte degli intellettuali italiani, nei confronti della dittatura mussoliniana.

Angelo Ventura, nei suoi profili biografici riediti da Donzelli, riesce perfettamente ad insinuarsi all’interno di questo meccanismo, attraverso una impostazione metodologica che si inserisce pienamente in quella corrente della storiografia sul Ventennio, sviluppatasi a partire dalla fine degli anni Settanta sulla scorta delle ricerche sugli intellettuali funzionari e intellettuali militanti di Mario Isnenghi e quelle di Renzo De Felice sugli anni del consenso al regime mussoliniano.

 

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Norberto Bobbio divenne professore di filosofia del diritto a Padova nel 1940, a pochi mesi dall’entrata in guerra dell’Italia. Pur provenendo da una famiglia filofascista, era antifascista fin dal tempo degli studi universitari a Torino, compiuti assieme a Leone Ginzburg e Vittorio Foa. Negli anni trenta, pur iscritto al Pnf, partecipava alle riunioni di Giustizia e Libertà, ma non attivandosi direttamente nelle attività clandestine del gruppo. Per questo fu comunque perseguitato a lungo dalla polizia politica, tanto da dover rivolgersi a Mussolini in persona per sottrarsene, ricorrendo anche all’influenza sul duce dello zio Emilio De Bono, generale dell’esercito. La sua militanza antifascista si realizzò effettivamente solo nel periodo della Resistenza (quindi dal ’42-’43 in poi) della quale divenne uno dei principali coordinatori in Veneto. Arrestato e rilasciato tra il ’43 e il ’44, continuò a Torino la sua attività partigiana fino alla fine della guerra, quando riprese a Padova la cattedra universitaria.

 

Emerge così, nei saggi venturiani, l’uomo di cultura in quanto individuo, per il quale l’adesione o l’opposizione al fascismo non costituiscono rigidamente un dato di fatto osservato a posteriori; non inaridiscono in interpretazioni viziate a monte da considerazioni pregiudiziali; non si configurano come meri schieramenti partigiani; ma si realizzano esclusivamente come scelte, connotate per una essenziale linearità e continuità comportamentale ed intellettuale, che hanno alla base esigenze personali, derivate da precise esperienze culturali e di vita.

In questo senso, Ventura riesce a dipingere con estrema intensità il microcosmo entro cui agiscono i suoi “modelli”, donando al lettore uno splendido affresco della storia culturale e politica dell’Italia tra le due guerre.

Angelo Ventura,
Intellettuali. Cultura e politica tra fascismo e antifascismo
Roma, Donzelli, 2017
pp. 237