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(L’Arte tra Parentesi) presenta: “l’arte del recupero” del nostro passato, L’Officina del Vintage di Alessia Melzer

alessia melzer, l'officina del vintage, arte tra parentesi, arti visive, vintageAlessia Melzer è la fondatrice e Presidente dell’Associazione Culturale no profit L’Officina del Vintage, nata nel febbraio del 2018 a Milano come naturale evoluzione del network creato negli anni passati con l’attività che riguarda gli eventi (Events Vintage), primo marchio sorto a Roma nel 2015.

Nel 2017 viene fondata la Vintage Academy, scuola di formazione creativa per aspiranti imprenditori e liberi professionisti che intendono riqualificare le arti e i mestieri del passato.

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Sito: https://www.lofficinadelvintage.it/

A cura di
Valentina Quitadamo, Torino

 

Qual è il significato del termine vintage?

 

Questa è una domanda che affrontiamo durante i corsi. La prima cosa che dico è che il termine vintage è francese. Spesso si confonde con l’inglese vintage, perché è stato assorbito dalla lingua anglosassone. La definizione che ne deriva nasce dalla vendemmia, per elogiare le qualità e la rarità dei vini francesi. Chiaramente, poi questo termine viene trasferito – o quantomeno la moda lo prende in prestito –  per riferirsi a dei tessuti o anche dei capi realizzati con manifattura e materiali di pregio, a differenza degli abiti realizzati su scala industriale.

Dal vino, il termine vintage  rimane nella moda e si espande a macchia d’olio riferendosi anche a categorie di oggetti (strumenti musicali, macchine). Il vintage si riferisce a determinati materiali, tessuti con caratteristiche specifiche perse nel mondo moderno e, soprattutto, a quegli oggetti del passato che sono arrivati ai giorni nostri proprio perché fatti e pensati per durare e resistere all’usura. Questo in realtà è il vintage.

 

 

Il vintage come lo intendiamo oggi come nasce?

 

Il padre fondatore del vintage, come noi lo intendiamo oggi, ovvero l’arte del recupero, si deve a Andy Warhol. Lui fu il primo che diede il là in questo senso. Prima i vestiti erano pensati per durare decenni, per resistere ai tempi dell’usura, viste e considerate le guerre, le crisi, le carestie e venivano tramandati per generazioni, oltre a essere dei modelli unici poiché realizzati a mano, su misura. L’utilizzo dei vestiti di seconda mano non era ben visto da tutti, quindi chi li utilizzava era il ceto sociale meno abbiente.

I ricchi non avrebbero mai pensato di sposare un’idea del genere. Andy Warhol, l’anticonformista puro, negli anni Sessanta inizia a fare l’arte del recupero all’interno della sua factory (laboratorio), realizzandone diverse nel corso della sua carriera. Il più importante, che oggi non esiste più, era a New York. Era una silver factory ed è durata per molti anni. La caratteristica principale erano le pareti rivestite di carta stagnola, ascensore compreso. Warhol vide il laboratorio/ufficio del suo fotografo con questo effetto alle pareti e volle riprodurlo  all’interno della sua factory.

L’era dell’argento rappresenta l’anticonformismo puro, con riferimento al mondo dei ricchi. All’interno di questa factory c’era un divano. Il divano rosso che fu recuperato tra i bidoni della spazzatura dal fotografo. Andy lo rimise a posto e questo diventò il punto focale di tutto il laboratorio. I cortometraggi che girava Warhol erano su quel divano e nelle feste era il punto più importante. Stranamente venne rubato durante il trasferimento in un’altra factory.

Da lì nasce il concetto di arte del recupero così come lo intendiamo noi oggi, quindi: abiti costruiti con determinate caratteristiche da renderli unici, irripetibili, desiderabili.

Queste sono le tre parole chiave del vintage: unicità, desiderabilità e irripetibilità. I capi vintage si riconoscono dalle cuciture, dal tipo di bottoni, dal materiale impiegato.

Un concetto fondamentale è che per vintage non si intende vecchio, antiquariato, ma il vintage è vintage. Ha un’epoca storica ben precisa. Nasce negli anni Venti e finisce negli anni Novanta (venti anni “di scarto” rispetto alla contemporaneità).  Il capo vintage racconta una storia. Ci sono delle regole ben precise per definire un vintage originale. Nei mercatini si vede un po’ di tutto. C’è molta confusione anche tra vintage e retrò. Si pensa siano la stessa la cosa, ma in realtà sono due parole che hanno significati diversi, pur camminando su un binario parallelo.

La definizione semplice è: il vintage nasce nel passato e arriva al nostro presente; il retrò nasce nel nostro presente, ma si ispira al passato. Un capo retrò nasce nel nostro presente, con i materiali e con la manifattura di oggi. Io posso pensare di ispirarmi agli anni Quaranta, agli anni Cinquanta, etc.

 

 

Questo discorso mi fa venire in mente un parallelismo con l’architettura e il concetto di restauro. Nel restauro di una facciata, ad esempio, l’intervento può essere invasivo, non rendendo più riconoscibile l’antico dal contemporaneo. Quanto dover intervenire e come, senza rischiare di snaturare la natura del manufatto?

 

Lo stesso discorso vale per il vintage. Quando scelgo un capo, vado a verificare se ci sono delle cuciture nuove e, se le trovo, non l’acquisto più perché ha perso il suo valore. Anche solo un punto per riparare un’imperfezione, rovina l’originalità del capo, svalutandolo. Sono regole rigide, ma necessarie.

 

Il vintage italiano come si caratterizza rispetto a quello americano?

 

In maniera profondamente diversa. Siamo abituati a pensare all’atmosfera di Happy Days, ma in Italia, negli anni Cinquanta, non c’era nulla di tutto ciò. Sono anni in cui si deve pensare alla ricostruzione dopo la Guerra. Per la moda, poteva esserci qualche negozio importante nelle grandi città, ma nei paesini tutto questo non esisteva.

 

Parlando dell’Associazione: perché organizzare anche eventi a tema oltre a tenere un blog specializzato? Qual è il significato, per te, in questa trasposizione della storia?

 

In questo mi ritrovo molto in Andy Warhol, nell’anticonformismo. Io sono un’attenta osservatrice della vita. Ultimamente ho visto e percepisco che si è perso quel contatto fisico, al di là di quello che può essere il vintage a livello di vezzo. Parto da una vena abbastanza filosofica e sociale. Vedo una mancanza di umanità, di socialità socievolezza. I cellulari, i computer hanno creato una barriera tra le persone, andando a sostituire il mondo reale con quello virtuale. Vorrei che si tornasse a socializzare, che le persone tornino a prendere l’abitudine di incontrarsi, conoscersi senza avere come filtro la tecnologia.

 

 

Come si crea un evento vintage?

 

Quello che mi piace fare negli eventi è portare la cultura. Creo un’esperienza emozionale, studiando l’epoca nei minimi dettagli. Riproduco l’ambientazione nel cibo, nella musica, nell’atmosfera. Chiedo alle persone di usare abiti dell’epoca, senza che sia una festa in maschera. Addentrarsi nell’evento, lasciando dei messaggi su come si viveva, riservando una parte per il divertimento in quella culturale.

 

C’è un’epoca storica in cui ti rispecchi di più?

 

Si, gli anni Venti, quando sono nate le flapper, la generazione delle giovani donne anticonformiste, e gli anni Settanta. Mi piacciono le flapper per la libertà nonostante il periodo in cui vivevano. Non si facevano problemi a vestirsi in maniera succinta, fumavano e parlavano in libertà della propria vita sessuale. Gli anni Settanta per il senso di libertà, per avere l’uguaglianza, senza classi sociali.

 

 

Qual è la Mission delle Officine del Vintage?

 

L’Associazione sia un punto di incontro per tutti coloro che sentono forte la passione del vintage, per tutti coloro che custodiscono dei ricordi nostalgici del passato e, nonostante il progresso, non si perda il desiderio di voler comunicare, guardandosi negli occhi e non tramite uno schermo o nel piacere nel dover creare e avere in mano un mestiere artigiano che oggi vediamo via via scomparendo.

L’Officina del Vintage è questo: è un network di soci che si incontrano due volte al mese per scambiarsi idee e opinioni su vari argomenti, dove possono sicuramente nascere delle sinergie lavorative, dove si fa formazione e tramite il servizio di Orientamento si possono creare delle vere e proprie attività imprenditoriali, unendo il vecchio e il nuovo, riportando altresì in auge vecchi mestieri.

Ogni associato parteciperà due volte l’anno a dei grandi eventi in stile vintage realizzati dal Consiglio Direttivo e dalla classe del corso di formazione “Organizzare eventi Vintage” di cui sono la docente, con lo scopo di far rivivere ai nostri soci le emozioni di un tempo. Ad oggi, le aree di sviluppo della nostra associazione sono Milano, Roma e Torino.

 

 

Quali sono i progetti a breve termine dell’Associazione?

 

A fine maggio parte il mio corso di Organizzazione eventi a Milano e verso giugno, luglio il corso di Stile. Verranno organizzati dei piccoli eventi entro metà luglio, tra le città di Torino, Milano e Roma. A settembre, riprenderemo con i workshop, i corsi di formazione e gli eventi.